di LUCIANO GALLINO, Repubblica — 03 giugno 2009

Da qualche tempo si vanno moltiplicando le dichiarazioni di autorità, operatori economici ed esperti secondo le quali il peggio della crisi sarebbe passato. Se non la luce, in fondo al tunnel si scorge un fioco chiarore. Imprenditori e consumatori appaiono un po’ meno pessimisti riguardo al futuro. Il commercio mondiale pare stia risalendo. Da tutto ciò i dichiaranti deducono che si sta avvicinando la ripresa, il ritorno alla normalità della crescita per il nostro paese e per il mondo. Il rischio che i neo-ottimisti non vedono, o hanno deciso di non vedere, è che il peggior lascito della crisi sarebbe precisamente un ritorno alla normalità. La crisi esplosa nel 2008 nonè stato un incidente di percorso dell’ economia mondiale. È stata piuttosto un’ espressione di quello che per una trentina d’ anniè stato giudicatoe lodato come il suo normale funzionamento. Era normale per il sistema bancario mettere in circolazione quasi 700 trilioni di dollari di derivati al di fuori delle borse, sì da renderli non rintracciabili dalle autorità di sorveglianza. Le quali, da parte loro, trovavano affatto normale fingere di non vederli. Ma era comunque bene non fare nulla, giacché i mercati finanziari normalmente si auto-regolano, facendo affluire i capitali là dove sono meglio utilizzati per produrre occupazione e ricchezza. Dove si capisce perché nel bene o nel male, come diceva Keynes nelle due ultime righe della Teoria generale, le idee siano più pericolose degli interessi costituiti. In base alla idea dominante di normalità, era giudicato ugualmente naturale che l’ industria manifatturiera dell’ Occidente arrivasse a sviluppare un suo sistema finanziario capace di generare una quota di fatturato quasi pari alla produzione di beni materiali; insuperati, in questo, i costruttori di automobili statunitensi, appropriatamente definiti da una ex manager dell’ alta finanza (Nomi Prins) «banche che vendevano automobili». E in complesso non era forse considerato l’ essenza della normalità un sistema economico che spende trilioni di dollari l’ anno in pubblicità e marketing per convincere un miliardo e mezzo di persone a consumare beni in gran parte superflui? Intanto che, si noti, non trova i quattro o cinquecento miliardi annui che basterebbero per dimezzare la quota di coloro che sopravvivono con un dollaro al giorno (1,4 miliardi, secondo le ultime stime della Banca Mondiale), o non dispongono di servizi igienici (2,6 miliardi), o soffrono la fame (1 miliardo, ma in aumento), ovvero abitano in slums (oltre 1 miliardo); o, ancora, il numero dei bimbi che muoiono prima di compiere cinque anni a causa di un raffreddore o un mal di pancia (10 milioni l’ anno, 25.000 al giorno). Ove si consideri che tutto ciò rappresentava la normalità pre-crisi, va aggiunto che sia l’ attesa passiva che essa prima o poi si ristabilisca da sola, sia l’ intento di accelerare attivamente il ritorno ad essa, aprirebbero la porta a scenari assai peggiori di quelli attuali. Anzitutto si porrebbero le premesse per il verificarsi di un’ altra crisi dell’ economia mondiale, più grave di quella in corso, entro pochi anni. Basterebbe ricordare che nel volgere di appena un decennio il sistema finanziario e quello ad esso intrecciato delle corporation finanziarizzate hanno fatto registrare ben quattro crisi di portata planetaria. Ciascuna di queste crisi ha rischiato di affondare l’ economia mondiale, con un livello di rischio crescente tra la precedente e la successiva. Ciascuna rifletteva la normalità del sistema in quel dato momento. Ora è vero che la memoria degli operatori economici è notoriamente corta, e altrettanto quella dei governi. Ma aspettarsi ancora una volta che la normalità ritorni, senza provvedere a interventi regolativi sull’ insieme del sistema finanziario e industriale del mondo, significherebbe davvero credere che gli asini volano. Un danno non minore che un ritorno al business as usual provocherebbe sarebbe che la insostenibilità da più punti di vista del sistema economico odierno (o modello di sviluppo che dir si voglia) avvicinerebbe il momento in cui essa comincerebbe a tradursi, più rapidamente di quanto già non faccia ora, in immani tragedie collettive. Avrà forse esagerato un po’ , il principe Carlo d’ Inghilterra, nell’ indicare in soli 99 mesi il tempo per salvare il pianeta. Il fatto è che il rischio non viene solo dal cambiamento climatico. Per assicurare entro una o due generazioni una vita decente a qualche altro miliardo di persone non ci sarà acqua a sufficienza. Lo dicono i rapporti Onu sullo sviluppo umano. Non ci saranno prodotti alimentaria sufficienza, perché le superfici destinate ad usi agricoli si vanno riducendo a causa dell’ erosione e salinizzazione dei suoli, dello sviluppo delle colture per la produzione di agrocarburanti, della distruzione di interi eco-sistemi. Per diffondere in tutto il mondo i consumi oggi normali dell’ occidente non ci saranno nemmeno abbastanza metalli o carbone o petroli, né abbastanza mari, forse nemmeno abbastanza ossigeno. Bisognerebbe dunque darsi da fare allo scopo non di ricostruire la normalità di ieri, bensì di sviluppare una idea diversa di sistema produttivo e finanziario normale. Per il momento bisogna ammettere che né l’ Unione Europea né gli Stati Uniti sembrano muoversi con decisione in tale direzione, al di là delle generiche quanto inconsistenti dichiarazioni del G-20 e delle terribili quanto inette minacce rivolte ai paradisi fiscali o ai fondi speculativi. Visto che in campo economico e politico non sono molti quelli che si lasciano influenzare da nuove teorie dopo i venticinque o i trent’ anni – è ancora un pensiero di Keynes – forse si dovrà mandare al potere i ventenni. A condizione di farli transitare in un sistema scolastico e universitario meno prono dell’ attuale al consenso di Washington o di Bruxelles.

LUCIANO GALLINO Repubblica — 09 aprile 2009

Per quanto la rete delle cause e concause sia complessa, i fallimenti dell’ economia mondo sono riconducibili principalmente a due sviluppi correlati. Il primo in ordine di tempo è stata la completa de-regolazione dei movimenti di capitale, dei mercati finanziari e dell’ ambito di attività delle banche che è partita dagli Stati Uniti nel 1974 per essere poi adottata anche da tutti paesi europei negli anni Ottanta. La de-regolazione dei movimenti di capitale ha consentito alle istituzioni finanziarie ogni sorta di sregolatezza, poiché gran parte delle loro attività diventa invisibile alle autorità di sorveglianza, vuoi per la complessità dei prodotti che le prime inventano, vuoi perché grosse quote di questi ultimi circolano fuori bilancio, essendo considerati contratti privati, tipo i derivati scambiati «al banco» senza alcun intermediario. La crisi finanziaria esplosa tra l’ estate e l’ autunno 2008, con il dissesto di dozzine di istituzioni di calibro mondiale e del sistema finanziario alternativo che avevano costruito, con ricadute drammatiche su famiglie e collettività, ha mostrato a quali gravissimi pericoli la de-regolazione espone l’ economia mondiale. Tuttavia anche prima degli anni Settanta essa ha conosciuto altri periodi di grande fortuna. Si sono verificati nel corso dell’ Ottocento, nel primo decennio del Novecento,e poi negli anni Venti di questo. Non sono pochi gli storici che vedono in tali cicli di sregolatezza della finanza un elemento di peso fra i tanti che hanno spinto il mondo prima verso la prima guerra mondiale, successivamente verso la crisi del 1929, infine verso la seconda guerra mondiale. Il ciclo attuale della finanza de-regolata, che pure ha molti tratti in comune con i precedenti, se ne distingue tuttavia per un tratto specifico. Una massa enorme di risparmio, equivalente all’ incirca al Pil del mondo – ecco il secondo sviluppo viene al presente gestita senza alcun controllo di merito né alcuna valutazione di responsabilità nei confronti di qualunque soggetto che non sia compreso tra i loro sottoscrittori, e talora nemmeno nei confronti di questi, da enti finanziari quali fondi pensione, fondi di investimento e compagnie di assicurazione, più vari tipi di fondi speculativi. Enti accanto ai quali e dietro a molti dei quali (nel senso che loro stesse li hanno istituiti) operano le banche dei maggiori paesi. Sono enti che di mestiere investono quotidianamente denaro di proprietà altrui, detti investitori istituzionali per distinguerli da altri tipi di investitori che così non fanno, quali singole persone, imprese o enti pubblici. (…) In grandissima parte i capitali nel portafoglio degli investitori istituzionali sono formati e alimentati giorno per giorno dal risparmio di centinaia di milioni di lavoratori dipendenti del settore privato come del settore pubblico di tutto il mondo, nonché di molti autonomi. Dai gestori dei loro risparmi i sottoscrittori dei vari tipi di fondi o di assicurazione si attendono, giustamente, che il valore della loro futura pensione come minimo non diminuisca in termini reali, e possibilmente aumenti; che i risparmi investiti rendano un po’ più dell’ interesse bancario; che la polizza vita, quando sarà riscossa alla scadenza da loro stessi o dagli eredi, abbia in totale reso più di quanto sarebbe accaduto lasciando lo stesso capitale su un conto di deposito. In modo del tutto legittimo e razionale, i gestori dei risparmi così accumulatisi rispondono alle suddette attese spostando dinamicamente gli attivi a loro disposizione verso quegli impieghi che massimizzano il rendimento del capitale derivante sia da dividendi (o cedole obbligazionarie) che da plusvalenze dei titoli. Sebbene non disdegnino l’ acquisto di obbligazioni statali, per la maggior partei gestori effettuano investimenti mediante l’ acquisto di azioni e obbligazioni di imprese. Percorrendo con determinazione codesta strada gli investitori istituzionali (banche incluse) sono diventati proprietari di maggioranza dell’ industria e dei produttori di servizi delle prime economie del mondo. Più della metà del capitale azionario delle prime cento imprese per valore borsistico in Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti sta nel portafoglio di investitori istituzionali. L’ effetto perverso deriva dal fatto che nel tutelare gli interessi dei risparmiatori gli investitori istituzionali sono del tutto indifferenti alla natura e alle conseguenze degli investimenti che effettuano con i soldi degli altri. L’ unico criterio che li guida è la massimizzazione del rendimento del capitale investito – preferibilmente a breve termine. In senso stretto, essi operano come soggetti economici irresponsabili – tolto il numero limitato degli enti che si propongono ed effettivamente operano come investitori socialmente responsabili. (…) I gestori si ritengono responsabili soltanto nei confronti dei risparmiatori che hanno acquistato quote del loro fondo, e agiscono a loro vantaggio senza curarsi delle conseguenze a carico di altri soggetti. Senza tuttavia trascurare di beneficiare se stessi, tanto che i compensi totali degli alti dirigenti degli investitori istituzionali sono ormai prossimi a quelli delle grandi imprese. Agiscono sotto ogni profilo come fossero dei proprietari, pur non essendolo da un punto di vista formale: sono dei capitalisti per procura.

FEDERICO RAMPINI Repubblica — 09 aprile 2009

Ci sono idee che aspettano il loro momento per essere riscoperte. Di colpo vengono baciate dal successo perché degli eventi traumatici ci costringono a cambiare la nostra percezione del mondo. È il caso del lavoro di Oliver James, psicoterapeuta inglese che da anni elabora una diagnosi “clinica” sul capitalismo contemporaneo. Nel suo ultimo saggio, Il capitalista egoista James perfeziona la sua tesi. In ogni nazione dove è stata introdotta la versione più avanzata del capitalismo, osserva, la maggioranza dei lavoratori ha visto diminuire la propria quota del reddito nazionale mentre una minoranza di privilegiati si è arricchita enormemente. La sicurezza del posto di lavoro è calata. Un progresso nel reddito dei ceti medio-bassi, quando c’ è stato, è dovuto all’ aumento delle donne che lavorano: ma non è priva di costi psicologici la pressione esercitata su entrambi i genitori affinché svolgano un lavoro retribuito quando i figli sono ancora piccoli. In parallelo con l’ innalzamento dei consumi individuali c’ è una crisi del risparmio, l’ accesso alla proprietà della casa è difficile, la vita personale è stata colonizzata dal lavoro. Questi danni non sono nuovi ma James ritiene che siano aumentati con l’ avvento del “capitalismo egoista”: una forma patogena, con effetti distruttivi sul nostro equilibrio mentale. Per “capitalismo egoista” James intende quel sistema d’ ispirazione angloamericana che altri hanno chiamato supercapitalismo, turbo-capitalismo, iperliberismo, mercatismo. James definisce così i suoi tratti distintivi: «Il primo è che il successo di un’ azienda è giudicato dalla sua quotazione in Borsa, invece che dalla sua forza intrinseca o dal contributo che può offrire alla società. Il secondo è una forte spinta a privatizzare i beni e i servizi della collettività. Il terzo è una regolamentazione minima dei servizi finanziari e del mercato del lavoro, tesa a favorire i datori di lavoro rendendo più semplici i licenziamenti. Inoltre l’ imposizione delle tasse non punta a redistribuire la ricchezza: per le grandi aziende e per i ricchi è più facile evitarle e rifugiarsi nei paradisi fiscali». Il capitalismo egoista è ansiogeno non solo per la pressione sulla produttività del lavoro e lo stress da competizione, ma anche perché alimenta aspirazioni malsane. «Nella società del Grande Fratello molte persone pensano che anche loro un giorno potranno essere famose. Le tossine più velenose per il benessere sono racchiuse nell’ idea che la ricchezza materiale è la chiave del successo, solo i ricchi sono vincenti e l’ accesso alle sfere più alte della società è consentito a chiunque; se non ci riuscite c’ è solo una persona cui potete dare la colpa: voi stessi». La pressione sull’ individuo viene aumentata dal diffondersi di un darwinismo sociale che giustifica le politiche economiche neoliberiste. L’ espressione “sopravvivenza del più forte” giustifica crescenti disparità di ricchezza. Chi sta in fondo ansima e soffre in silenzio, o si sfoga su chi gli sta vicino. L’ opera di James s’ inserisce in una tradizione illustre. Alcune fra le pagine più durevoli di Karl Marx riguardano l’ alienazione nella società capitalista. L’ analisi dell’ ingranaggio consumista ha sedotto l’ economista John Kenneth Galbraith con La società opulenta e il sociologo Vance Packard con I persuasori occulti, due saggi che alla fine degli anni Cinquanta illuminarono i “bisogni indotti”. James ha due autori di riferimento importanti. Il francese Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia moderna, che con il suo studio sui suicidi nell’ Europa del XIX secolo mise in evidenza i costi umani prodotti da industrializzazione e urbanizzazione. Il secondo autore è lo psicanalista Erich Fromm, tedesco emigrato negli Stati Uniti. La sua critica del materialismo formulata oltre mezzo secolo fa ( Psicoanalisi della società contemporanea, 1955), secondo James contiene tutti gli elementi di una diagnosi attuale. «Abbiamo – scriveva Fromm – un’ alfabetizzazione superiore al 90 per cento, abbiamo radio, tv, cinema, un quotidiano per tutti. Ma invece di concederci il meglio della letteratura e della musica passate e presenti, questi mezzi di comunicazione, coadiuvati dalla pubblicità, riempiono le menti con la peggior spazzatura, priva di qualunque senso di realtà». Sempre Fromm sosteneva che fossimo divenuti caratteri mercantili: «Il valore dell’ individuo dipende dalla sua vendibilità. L’ abilità e le competenze non sono sufficienti: bisogna anche essere capaci di “comunicare la propria personalità” nella competizione con gli altri. Buona parte di ciò che viene chiamato amore è ricerca di approvazione. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, non solo alle quattro del pomeriggio ma anche alle dieci e a mezzanotte: sei in gamba, vai bene». Una società che promuove machiavellismo e camaleontismo, che accentua le diseguaglianze sociali ed esaspera l’ inseguimento di ogni status-symbol, che esalta la selezione del più forte e umilia gli sconfitti, merita la severa denuncia che fu fatta da Fromm e che James attualizza. Il lavoro dello psicologo inglese convince meno quando individua negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna una patologia molto più grave che negli altri paesi; e ritiene che i livelli di “stress emotivo” nel capitalismo angloamericano sono di gran lunga superiori. James si limita alla sindrome dello stress emotivo definita dall’ Organizzazione mondiale della sanità. Dalle ricerche dell’ Oms trae il principale sostegno alla sua tesi: lo stress emotivo nei paesi anglosassoni risulterebbe molto superiore all’ Europa continentale, al Giappone, ai paesi emergenti. James riconosce uno dei rischi di queste statistiche: le indagini sul terreno possono dare risposte viziate da culture diverse. Stupisce il fatto che lo stress emotivo risulti bassissimo in Cina, dove il “darwinismo sociale” è forte, la selezione nel sistema scolastico è spietata, la competizione sul mercato del lavoro raggiunge punte estreme. Resta il fatto che Il capitalista egoista ha il dono della tempestività. Coglie l’ aria del tempo che viviamo. Interpreta la traumatica delusione verso le promesse di un modello economico, oggi imploso per le sue contraddizioni. E nella saggezza dello psicologo c’ è anche spazio per uno squarcio di speranza: «È possibile che un’ alternativa migliore sia proprio dietro l’ angolo e che, per quanto pazzi possiamo essere, alla fine riusciremo a far prevalere il buonsenso».

Amartya Sen* la Repubblica 06-04-2009

Il 2008 è stato un anno di crisi. La prima a manifestarsi è stata una crisi alimentare, che ha minacciato particolarmente i consumatori più poveri, specialmente in Africa. Insieme a questa crisi, si è verificato un eccezionale aumento del prezzo del petrolio, che ha minacciato tutte le nazioni legate all´importazione di questa fonte di energia. Infine, quasi all´improvviso, si è avuta, in autunno, una svolta al ribasso nell´economia globale, che ora sta continuando ad aumentare di velocità con un ritmo spaventoso. Sembra probabile che, nell´anno 2009, il ribasso presenti un deciso incremento e molti economisti prevedono una depressione generalizzata, forse dell´ampiezza di quella verificatasi negli anni Trenta del XX secolo. Sebbene rapide fasi di decrescita abbiano interessato anche i grandi capitali, le più colpite sono state le persone che già erano meno abbienti.
Per trovare una risposta alla crisi, in tempi recenti c´è stata una massiccia rivisitazione di John Maynard Keynes. Senza dubbio, l´accumularsi dei ribassi che proprio ora stiamo osservando e che ci avvicina sempre di più a una depressione, presenta connotati chiaramente keynesiani: la diminuzione delle entrate di un gruppo di persone ha portato a una diminuzione degli acquisti da parte di costoro, che ha, di conseguenza, prodotto un´ulteriore riduzione delle entrate di altre persone.
Va detto però che Keynes può salvarci soltanto in parte, anzi per una piccolissima parte: per comprendere la crisi attuale, è necessario guardare oltre i suoi insegnamenti.
Uno studioso di economia cui di solito è stata attribuita un´importanza nettamente inferiore è il rivale di Keynes, Arthur Cecil Pigou, che, come lui, ha studiato a Cambridge, nello stesso istituto, il King´s College, e nello stesso periodo. Pigou si interessava assai più di Keynes dei risvolti psicologici dell´economia e dei modi in cui questi potessero influire sui cicli dei mercati, ma anche acutizzare e rafforzare una recessione economica portandola fino a una depressione (come nella sequenza di eventi di cui oggi siamo testimoni). Le fluttuazioni dell´economia venivano in parte attribuite da Pigou a «cause psicologiche» da riconoscere in «variazioni del tono [cioè del livello di attività] mentale delle persone dalle cui azioni dipende la gestione delle industrie, che si manifestano come errori, quali un eccessivo ottimismo o un inopportuno pessimismo nelle previsioni relative alle loro attività economiche». Pigou concentrava particolarmente la sua attenzione sulla necessità di scongelare il mercato del credito quando l´economia è stretta nella morsa di un eccessivo pessimismo.
Nonostante le massicce iniezioni di liquidità nei sistemi economici europei e statunitense, effettuate in larga misura dai vari governi, le banche e gli istituti finanziari non hanno finora dimostrato di essere disponibili a scongelare il mercato creditizio. Quindi altre aziende continuano a fallire, in parte come conseguenza di una già avvenuta diminuzione della domanda (l´effetto keynesiano di “moltiplicazione” a catena), ma anche del timore di una diminuzione ancora più forte della domanda nel futuro, in un clima generale davvero deprimente (il processo descritto da Pigou come «pessimismo contagioso»).
Uno dei problemi di cui deve occuparsi l´amministrazione Obama è legato al fatto che la crisi reale, conseguenza della precedente cattiva gestione finanziaria e di altre scorrettezze e illegalità, si è notevolmente gonfiata per una sorta di diffuso collasso psicologico. Le misure che si stanno proprio ora discutendo, a Washington e altrove, per rivitalizzare il mercato creditizio comprendono salvataggi (con precisi requisiti che vengono in realtà forniti da istituti finanziari sovvenzionati), acquisto di titoli speculativi (i cosiddetti toxic assets) da parte del governo con un fondo speciale, assicurazioni contro i fallimenti per rifinanziare i prestiti, nazionalizzazione delle banche. L´ultima proposta terrorizza molti conservatori proprio come il controllo privato dei fondi pubblici affidato alle banche dà fastidio a chi si preoccupa delle connesse responsabilità. In base a quanto finora sembra indicare la fiacca risposta del mercato ai provvedimenti decisi dall´amministrazione, ognuno di questi piani dovrebbe essere valutato per il relativo impatto sulla psicologia di imprenditori e consumatori, soprattutto negli Usa.
La ripresa dei temi e dei testi di Keynes può certamente fornire notevoli contributi sia all´analisi economica, sia alla scelta delle procedure da seguire, ma la rete va gettata più lontano. Per quanto la figura di Keynes sia spesso vista, nell´economia contemporanea, come quella di una sorta di “ribelle”, sta di fatto che gli è toccato di diventare invece qualcosa di assai prossimo al guru di un nuovo capitalismo, che si concentrava sul tentativo di stabilizzare le fluttuazioni dell´economia di mercato (ancora una volta prestando poca attenzione alle cause psicologiche delle fluttuazioni dei cicli economici).
Una crisi non rappresenta soltanto una sfida cui si deve far fronte. Essa offre anche l´opportunità di impegnarsi a risolvere problemi a lungo termine proprio quando la gente ha voglia di riprendere in esame e discutere convenzioni da tempo stabilite e accettate. Ecco perché la crisi attuale ci fa capire l´importanza di occuparsi di questioni trascurate come la conservazione dell´ambiente e il sistema sanitario nazionale, ma anche la necessità di sviluppare il trasporto pubblico, che negli ultimi decenni è stato malamente trascurato al punto da essere, fino a questo momento (mentre sto scrivendo l´articolo), considerato di secondaria importanza perfino nei progetti iniziali dell´amministrazione Obama. La scarsa disponibilità economica costituisce, evidentemente, un ostacolo, ma come dimostra l´esempio di quanto è accaduto nello stato indiano del Kerala, è possibile avere un servizio sanitario garantito dallo stato per ogni abitante a costi relativamente bassi. Esistono dunque opportunità di migliorare la qualità della vita anche nei paesi poveri.
Le sfide più grandi si presentano però negli Stati Uniti, dove la spesa pro capite per l´assistenza sanitaria è già la più alta tra quelle sostenute da tutti gli altri paesi del mondo, ma i risultati, su questo fronte, sono ancora relativamente scarsi e quaranta milioni di persone non hanno garanzie per la tutela della salute. Nelle discussioni sulla riforma sanitaria da realizzare negli Usa, si è prestata grande attenzione al sistema adottato in Canada, un sistema sanitario pubblico che rende estremamente difficile ottenere un trattamento medico privato, mentre nell´Europa occidentale i servizi sanitari nazionali forniscono assistenza a tutti, ma consentono di ricorrere, per integrare la copertura garantita dallo stato, anche a strutture sanitarie private e ad assicurazioni private operanti nel settore, per chi dispone di denaro e vuole spenderlo a questo scopo. Non è chiaro infatti perché ai ricchi che possono liberamente spendere denaro in yacht o altri beni di lusso non dovrebbe essere permesso di spenderlo invece per un esame diagnostico in risonanza magnetica o per una Tac. Le attuali crisi economiche non richiedono, me lo auguro, l´instaurarsi di un “nuovo capitalismo”, ma esigono sul serio una nuova comprensione di idee più vecchie, come quelle espresse da Adam Smith oppure, in tempi più vicini a noi, da Arthur Cecil Pigou, molte delle quali sono state purtroppo dimenticate o trascurate. È inoltre necessaria una lucida percezione di come operino realmente le diverse istituzioni e di come una vasta gamma di organizzazioni (da quelle mercantili a quelle che sono istituite dagli stati) possano andar oltre le soluzioni a breve termine e contribuire così a formare un mondo economico più onesto e soddisfacente.

* L´autore è stato Premio Nobel per l´economia 1998
Traduzione di Giorgio P. Panini .Per gentile concessione di The New York Review of Books – La Rivista dei Libri. La versione integrale di questo articolo comparirà nel numero di maggio della Rivista dei Libri (www. larivistadeilibri. it)

di Federico Fubini su Corriere della Sera 18 febbraio 2009
Ocse, Francia, Canada, Spagna vogliono cambiare: «Non funziona come bussola della salute di un sistema»
A scelta, è il momento migliore per riformare le liturgie dell’economia oppure il più sbagliato. Negli ultimi giorni, politici, élite degli esperti e normali cittadini hanno assistito all’autodemolizione di un feticcio contemporaneo: il Pil. La sua cifra fino a ieri era considerata il riassunto della salute di un intero Paese. Ma agli ultimi dati, il Prodotto interno lordo sta crollando come se quelle che vengono definite «potenze economiche» fossero diventate di colpo altrettante Repubbliche popolari cinesi al contrario.
In ritmo annuale, il Pil tedesco va giù di oltre l’8%, quello dell’Italia del 7%, l’Europa crolla quasi del 6%, gli Stati Uniti del 4% circa e persino la Cina non è più quel che era: secondo il consigliere economico della Casa Bianca Larry Summers, il Pil sta scendendo anche lì. Con una piroetta, la si definisce in questi casi «crescita negativa ».
C’è dunque anche qualcosa della favola della volpe e l’uva nella corsa dei governi, da Parigi a Ottawa, da Dublino a Canberra, a dichiarare proprio ora la morte del Pil, cioè l’inadeguatezza del termometro dell’economia. Visto che la febbre non cala, l’istinto della rimozione aiuta.
Eppure il Pil come bussola della salute di un sistema per vari aspetti si è dimostrato imperfetto. Esso stima la «crescita» tramite le vendite nette di beni e servizi, istruzione e fatturato della sanità incluso, ma qualcosa non torna. E non solo perché quel dato non coglie l’aumento delle differenze fra i più ricchi e i più poveri. C’è un paradosso che va anche oltre: in una recente audizione al Congresso Usa, lo scrittore Jonathan Rowe ha così definito il suo «eroe del Pil»: è un malato terminale di cancro impegnato in una costosa causa di divorzio. Un uomo così, con il fatturato che porta a ospedali e studi legali, contribuisce all’economia più di un marito felice e in perfetta salute. L’elenco dell’assurdo in realtà sarebbe anche più lungo. In base ai criteri attuali, fa meglio alla crescita consumare carburante fermi in un ingorgo, magari ammalando di asma da smog i bambini del quartiere, che prendere la metropolitana. Contribuisce maggiormente affidare i propri genitori a un istituto per anziani, che occuparsi personalmente di loro. E avvicina più la ripresa costruire un grande carcere che una piccola scuola dove non ce n’è neanche una. Riempire di cibo-spazzatura la bocca del proprio figlio, anziché parlare con lui, rilancia poi molto meglio l’economia nel prossimo trimestre. L’America, il Paese dal Pil più vasto e dinamico del dopoguerra, presenta dati fra i peggiori nell’Ocse (ultima dopo Messico e Turchia) quanto a patologie infantili da obesità, oltre a costi sanitari doppi rispetto all’Europa: anche questo è Pil.
Proprio il Congresso di Washington, nell’attesa che Barack Obama si impegni su questo fronte, riflette su come vada misurata davvero un’economia e da quali statistiche una società debba trarre autostima o segnali d’allarme. Lo stesso fanno i governi in Francia, Irlanda, Australia, Spagna, Canada e da ancora più tempo l’Ocse, il club delle prime trenta democrazie capitaliste. In Italia il ministro Giulio Tremonti sostiene che il Pil non fotografa adeguatamente certi punti di forza dell’economia nazionale, dal ruolo del volontariato al risparmio delle famiglie. Senza un quindicennio alle spalle di crescita bassa e diseguaglianze sociali in aumento l’argomento sarebbe ancora più robusto, eppure l’Italia non è sola.
Persino il nuovo sovrano del Bhutan, re Khesar, ha lanciato un sondaggio per mettere a punto una nuova misura: la «felicità interna lorda». Un centro di ricerca del regno himalayano sta così raccogliendo questionari su una gran quantità di variabili: incidenza del benessere psicologico, gelosia, frustrazione, disponibilità di tempo libero, salute, educazione, i modelli culturali e la loro tenuta nelle generazioni, qualità della vita comunitaria e in famiglia, tutela e conoscenza dell’ambiente.
C’è molta autarchia buddista in tutto questo, ma re Khesar ha trovato un alleato in Nicolas Sarkozy. Prima ancora della recessione, il presidente francese ha iniziato a prendere sul serio il crescente malumore nell’opinione pubblica verso i dati ufficiali di crescita e inflazione. Nel suo stile, Sarkozy ha creato una nuova «Commissione sulla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale» che farà rapporto in aprile. Ci lavorano vari premi Nobel dell’Economia, da Joseph Stiglitz (che la presiede) a Amartya Sen, a Daniel Kahneman. L’italiano Enrico Giovannini, capo- statistico dell’Ocse e da anni animatore degli studi su questi temi, guida il gruppo sulla valutazione dei dati attuali di crescita. Un secondo gruppo lavora sul «Pil verde» e la sostenibilità ambientale, un terzo guidato da Alan Krueger di Princeton su come si misuri la qualità della vita.
La commissione, coordinata da Jean-Paul Fitoussi a fianco di Stiglitz, mostrerà che i paradossi non mancano e cercherà di trarne indicazioni. La crescita cinese fa meno impressione se si tiene conto della devastazione dell’ambiente e delle falde, con il 60% delle città ormai spesso senz’acqua. L’estrazione del petrolio consuma risorse della terra, eppure viene stimata come aumento netto del Pil. E la sanità americana contribuisce all’economia meno di quella francese o italiana, non il doppio come oggi, se la si valuta sui risultati (quanti cittadini sono in salute) e non sul fatturato (quanto costa). Giovannini però non critica il Pil, che resta un indicatore valido del dinamismo di un sistema. Non invita a rimuoverne i responsi se sconvenienti. Si limita ad avvertire che prenderlo per metro del benessere può confondere le idee: «L’eccesso di attenzione a questo dato ci ha fatto perdere di vista alcune fragilità — dice — dando troppa attenzione ai risultati immediati». Così, per esempio, i grandi numeri della crescita americana degli anni scorsi hanno distratto molti dal debito in aumento e dal reddito in calo dei ceti medi.
Ma è una tradizione antica: nell’America di fine anni 40, una volta scese le spese militari, comprare beni di consumo era considerato «eroico» e, come atto di patriottismo, anche George W. Bush invitò tutti a fare shopping dopo l’11 settembre malgrado i debiti. Lo stesso dibattito sul piano Obama di oggi si occupa più di quanto «stimolo» dare al Pil, che esattamente per fare cosa e con quali conseguenze. Jonathan Rowe sostiene invece che «il futuro conta » e ogni attività che crea reddito subito «dovrebbe essere pesata contro gli oneri che impone ai nostri figli e nipoti». Rowe propone anche di stimare meglio (e meno) l’impatto di alcune voci di fatturato: quelle in beni che danneggiano l’ambiente, quelle incomprimibili come le cartuccie nuove da stampanti «fatte apposta perché sia impossibile riempirle di nuovo dopo il primo uso». Soprattutto, sia Rowe che la commissione Stiglitz puntano ormai a misurare più i risultati che la spesa: un’auto è efficace se produce trasporto e non si limita a consumare benzina in un ingorgo.
Forse le mentalità stanno cambiando perché equiparare il Pil al progresso, derivava dalla certezza che chi spendeva sapesse perché lo faceva: è la teoria della razionalità dei mercati, che tendono sempre all’equilibrio. Ma da quando Lehman è crollata e tutti «cresciamo negativi», come fossimo una Cina capovolta, anche il re del Bhutan va abbastanza di moda.

di GUIDO ROSSI su Repubblica — 03 marzo 2009

Anticipiamo parte del testo di Guido Rossi pubblicato accanto a una lezione di John Maynard Keynes del ‘ 28: ambedue intitolati “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50) in questi giorni in libreria AKeynes si deve sempre tornare – se non alle sue profezie, alle sue terapie. In particolare, la crisi dei subprime mortgages, che ha dato l’ avvio a un crollo del sistema finanziario di cui è oggi impossibile definire le esatte dimensioni, o le probabili ripercussioni, fa tornare d’ attualità una questione molto importante nel pensiero keynesiano, e cioè la domanda se sia giusto o legittimo pagare un interesse sul denaro preso a prestito. Già nelle ultime pagine della Teoria generale Keynes aveva previsto la possibilità che il venir meno della scarsità del capitale riducesse i tassi di interesse, provocando «l’ eutanasia del rentier». E’ un dilemma antico (…) e generalmente ignorato, ma che oggi, improvvisamente, appare irrisolto: oggi, improvvisamente, spostare il centro dell’ economia dal capitale al lavoro non sembra più utopico, e nemmeno impossibile. La ricchezza delle nazioni, appare evidente, non si costruisce sul denaro, sugli interessi di mercato o sull’ ingegneria azionaria (…): si misura sulla capacità dell’ uomo di apprendere, e di applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzioni e di consumo. Di conseguenza il prodotto del denaro, cioè l’ interesse, dovrebbe essere commisurato alla produttività del lavoro, anziché a un mercato retto dall’ azzardo, e dall’ azzardo oggi distrutto. Fino a pochissimo tempo fa, il feticcio della liquidità come unica fonte di ricchezza avrebbe sbarrato la strada a qualsiasi discorso di questo genere, ma oggi si comincia a capire cosa succederà domani, quando qualcuno (o più di qualcuno) pretenderà di incassare strumenti finanziari come i credit default swaps – per chi non li conoscesse, si tratta di titoli che costituiscono vere e proprie «scommesse» senza regole né rete sull’ inadempienza di enti pubblici e privati nel rimborso dei propri debiti – mettendo a rischio un giro di affari virtuale, ma che ammonta a più di 62 trilioni di dollari (…). «Il decadente capitalismo internazionale, eppure individualistico, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso – e non fornisce nessun bene». Keynes lo scriveva nel 1933 su The New Statesman and The Nation dell’ 8-15 luglio. E stavolta aveva ragione. (…) Prima o poi, il fenomeno che ci siamo abituati, in mancanza di meglio, a chiamare globalizzazione richiederà una gestione, un controllo altrettanto globali. (…) Questo postula una sorta di Commonwealth che non sembra alle viste, ma che se venisse istituito in una forma qualsiasi non potrebbe (non potrà) non affrontare precisamente quei problemi (la disoccupazione, lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, l’ ambiente) che oggi vengono con sconcertante regolarità accantonati in nome di una superiore ragione economica (…). E un cambiamento di agenda di queste proporzioni porrebbe il problema (che in effetti comincia a porsi) di rivoluzioni solo in apparenza impensabili,a cominciare dall’ avvento di una valuta globale. Non sarebbe in fondo nulla di così diverso dai certificati aurei internazionali che Keynes, durante la tempesta degli anni Trenta, proponeva di emetteree distribuire simultaneamente a tutti i Paesi, a condizioni diverse per ciascuno, con lo scopo di rivitalizzare il potere d’ acquisto, consentendo il pagamento dei debiti e la ripresa del commercio internazionale. Se dovesse realizzarsi, questo fronte comune fra Occidente e Oriente contro diseguaglianze e conflitti creerebbe le condizioni per qualcosa di molto, molto simile alla fine dell’ economia classica (e, oggi possiamo dirlo, anche moderna, e postmoderna) invocata da Keynes. Da dove può cominciare, una rivoluzione di queste proporzioni? Senza andare troppo lontano, proprio dalle linee d’ intervento proposte da Keynes a Bretton Woods (quella vera, del 1944), che gettavano le basi sia di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria mondiale sia di una politica monetaria internazionale tesa a scongiurare tanto i «credit booms», quanto gli «asset bubbles», cioè l’ espansione incontrollata del credito, e più in generale le bolle speculative sui beni, immobiliari, energetici o alimentari che fossero. La fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto (…). Che cosa sarà non è ancora chiaro, ma nel pensarlo possiamo in un certo senso permetterci più utopia di quanta se ne sia concessa Keynes. Dopotutto il suo mondo era più piccolo del nostro, e l’ unico risultato che i suoi nipoti – cioè noi – hanno ottenuto è di renderlo più grande e più instabile. Ma anche meno limitato, più aperto. Questa apertura sembra oggi l’ unica possibilità economica che i nostri nipoti, essendone capaci, avranno modo di sfruttare.

Le famiglie senza aiuti

March 3, 2009

TITO BOERI su Repubblica 07 febbraio 2009
Nelle ultime tre settimane i grandi quotidiani, soprattutto quelli con partecipazioni rilevanti della Fiat, ci hanno bombardato di articoli sugli aiuti statali all’ industria dell’ auto. La Stampa ha dedicato nove titoli agli auto-aiuti, otto il Sole24ore, sei il Corriere della Sera e cinque la Repubblica.Un totale di 28 titoli contro solo 5 destinati agli ammortizzatori sociali, anch’ essi nell’ agenda del Consiglio dei Ministri di ieri e di ripetuti incontri dell’ esecutivo con le Regioni, di fronte all’ aggravarsi della crisi occupazionale. Puntuali, ieri, gli incentivi all’ auto sono arrivati assieme alla certificazione del fatto che la riforma degli ammortizzatori sociali non ci sarà. Questione di priorità. Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi si era vantato di avere salvato l’ economia mondiale con piani poi ripresi da tutti (stranamente senza mai citarlo), si è ieri affrettato a precisare che questo pacchetto darà un forte impulso al prodotto interno lordo, riducendone la caduta di almeno un punto percentuale. Come dire che un pacchetto di due miliardi di euro fa crescere il Pil di più di 15 miliardi! è un’ elasticità del Pil alla spesa pubblica del tutto inverosimile. Il Centro Studi Promotor, emanazione della società che gestisce il Lingotto e il Motor Show di Bologna, sostiene che le misure si autofinanziano. Ma ignora il fatto che ogni acquisto indotto dalla rottamazione andrà a scapito di consumi futuri e ridurrà l’ acquisto di altri beni durevoli. Come mostrato su www.lavoce.info, pur prendendo buona la stima di Promotor di 300.000 nuove autovetture da 15 milioni vendute, non più di un sesto del sussidio potrebbe realisticamente essere finanziato dalle entrate Iva originate da queste vendite. Caleranno, infatti, le entrate per i minori consumi di altri beni, forse ancora più ecologici di quelli che si dice di voler sostenere. E’ da più di dieci anni che lo Stato concede aiuti all’ industria dell’ auto. Nel 1997 si chiamavano “incentivi alla rottamazione”, dal 1998 al 2002 “contributi statali per l’ acquisto di un’ auto nuova”. Col nuovo millennio si è passati agli “eco-incentivi” e, infine, agli “euro incentivi” del 2006-8. Gli aiuti di ieri passeranno probabilmente alle cronache come bonus per i consumi durevoli, dato che riguardano in minima parte anche mobili ed elettrodomestici (ma ci sono tanti altri beni durevoli più ecologici, a partire dalle biciclette). Questi aiuti di stato sono stati concessi così a lungo senza condizionarli ad alcuna ristrutturazione, mentre dovrebbero essere forniti solo come misure temporanee subordinate a impegni verificabili da parte di chi li riceve a rendersi autosufficiente. Gli aiuti per sempre e incondizionati generano mostri come Alitalia. Durante una crisi globale, generalizzata a tutti i comparti, come quella che stiamo vivendo, gli aiuti all’ auto sottraggono risorse a famiglie e ad altre imprese, ugualmente in cerca di aiuto. Dare un euro a un settore significa togliere un euro a un altro settore. Le recessioni sono anche un’ occasione per cambiare specializzazione produttiva, puntando su nuove iniziative imprenditoriali. Per questi motivi bisognerebbe procedere con interventi orizzontali, accessibili anche da chi ha idee nuove e vuole sfruttare la recessione per metterle in pratica. Le scelte di ieri del governo sono, invece, tutte a favore dello status quo. Gli aiuti hanno un nome e cognome come molte leggi dello Stato in questa legislatura. Qualche settimana fa si era scritto della Gheddafi tax definita in modo tale da escludere tutti tranne l’ Eni. Oggi abbiamo invece incentivi fiscali targati Fiat multipla bipower. Ed è la Fiat che ha investito di più nelle auto a metano, definita “tecnologia di particolare interesse” dal prospetto governativo. Non a caso ieri i titoli dell’ azienda torinese sono cresciuti del 6 per cento, dopo avere conosciuto incrementi a due cifre nei giorni precedenti, nell’ attesa dei provvedimenti. Nella nota di aggiornamento al programma di stabilità che il Ministro Tremonti ha ieri presentato al Governo e che verrà nei prossimi giorni notificata a Bruxelles c’ è scritto chiaramente che quella di ieri sarà l’ ultima misura anticrisi varata dal Governo. Basta guardare le previsioni sul disavanzo 2009: -3,7 per cento a fronte di una stimata riduzione del prodotto interno lordo del 2 per cento. Ogni punto di Pil in meno significa almeno mezzo punto di disavanzo in più. Oggi il deficit è al 2,8 per cento, quindi secondo il Governo salirà quest’ anno meno di un punto. Questo significa che il deficit programmato per il 2009 sconta solo la recessione, mentre esclude la riforma degli ammortizzatori sociali o altre misure che, ad esempio, sblocchino il credito alle imprese, anche a quelle che non hanno santi in paradiso. Il nostro premier apparentemente è stato così impegnato nel “vendere” agli altri paesi i suoi piani da dimenticarsi che gli interventi sul credito in Italia sono in ancora in attesa dei decreti attuativi. –

Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, 17/01/2009

Quale sarà la durata della recessione innescata dalla crisi bancaria globale? Quante persone saranno licenziate? Torneremo agli anni Trenta, quando la recessione degenerò nella Grande Depressione? Fin dove si spingerà la mano pubblica nel turare le falle della finanza privata già colpita dal suo primo suicidio eccellente, quello del miliardario tedesco Adolf Merckle che, travolto dalle speculazioni fallite, si è gettato sotto un treno? Come ne usciremo, alla fine? Nell’ottobre scorso, la Banca d’Inghilterra aveva stimato un impegno di 7 mila miliardi di dollari a carico dei Tesori nazionali per impedire il tracollo dei sistemi bancari. A novembre, soltanto gli Usa hanno aggiunto nuovi programmi d’acquisto di mutui tossici e obbligazioni illiquide per 800 miliardi da eseguire quest’anno. Il 13 gennaio, intervenendo alla London School of Economics, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che i costi dei salvataggi bancari in giro per il mondo sono destinati a crescere ancora. Nell’Occidente avanzato, produzione, commerci e servizi regrediscono intrecciando in una spirale perversa gli effetti della crisi finanziaria a quelli, ancor più drammatici, della crisi dell’economia reale. La Merrill Lynch si aspetta un arretramento dell’economia americana del 2,3% quest’anno e una parvenza di ripresa, non più dello 0,5%, nel 2010, mentre vede Eurolandia a meno 0,6% nel 2009 e a più 1,1% l’anno prossimo. Ma quando i credit default swaps sulle obbligazioni del Tesoro della Corona britannica, il massimo della sicurezza, tripla A per le agenzie di rating, pagano 108 punti base e McDonald’s, una sola A, paga 57 punti base, ogni previsione è un numero al lotto. Le domande sul futuro, pur naturali e diffuse, sono destinate a restare senza risposte attendibili, almeno per un po’. Al contrario, le esperienze fatte, se indagate, possono offrire interessanti suggestioni.

Per cominciare, bisogna chiedersi com’è la finanza globale che è andata spavaldamente incontro al disastro, convinta che la rappresentazione dei risultati del lavoro contenuta nei suoi complicatissimi titoli fosse reale e consistente e non, invece, virtuale e drogata. Secondo il McKinsey Global Institute, nel 2007 la ricchezza finanziaria globale (azioni, obbligazioni private e pubbliche e depositi bancari) valeva 196 mila miliardi di dollari, 3,6 volte il prodotto interno lordo del pianeta. Pur scontando la svalutazione della moneta Usa, nell’ultimo anno «buono » tale ricchezza in larga misura cartacea era aumentata del 12% contro un incremento medio annuale che, a partire dal 1990, si aggirava sul 9%. A trainare questa espansione sempre più marcata dei valori, in un mondo dove il denaro, equivalente universale, circolava sempre più liberamente, sono stati il settore privato e le economie emergenti. Nel 1990, le obbligazioni statali rappresentavano il 18,6% delle attività finanziarie del mondo; diciotto anni dopo erano scese al 14,3%. Nel 2000 erano 11 i Paesi con attività finanziarie pari a 3,5 volte il prodotto interno lordo; nel 2007 gli 11 erano diventati 25, comprendendo nel novero anche giganti come Cina e Brasile.

Gli ormai frenetici flussi finanziari tra un Paese e l’altro sono arrivati a 11.200 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2006, e tra questi flussi la parte del leone la fanno i depositi e i prestiti sull’onda dell’internazionalizzazione di banche, assicurazioni, hedge funds e private equity. Privatizzazioni e globalizzazione hanno dunque favorito la finanziarizzazione dell’economia alimentata dal debito: un debito cross-border che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, era per il 65% con scadenza inferiore ai 12 mesi, e dunque fragile perché facilmente revocabile. Particolare interessante, la dinamica del debito èmolto forte nei paesi più avanzati, con l’eccezione della Germania, mentre la crescita delle attività finanziarie delle economie emergenti dipende per lo più dal collocamento in Borsa delle loro grandi aziende più o meno a partecipazione statale.

Negli Stati Uniti, epicentro di tutto, la bolla finanziaria è stata gonfiata della crescita prolungata dei prezzi delle azioni e delle case nonché dall’aumento del deficit della bilancia commerciale che rappresenta la faccia imperiale dell’aumento del prodotto interno lordo pro capite (noi consumiamo e voi pagate). Due economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno constatato come queste tendenze si siano sempre manifestate nell’incubazione delle principali crisi bancarie degli ultimi trent’anni: Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992). Negli Stati Uniti, semmai, non si è registrata l’impennata del debito pubblico prima della crisi, ma questo potrebbe spiegarsi con l’accortezza di nasconderne una parte sotto etichette formalmente private come Fannie Mae e Freddie Mac a dimostrazione che il gioco delle tre carte non si fa soltanto a Napoli. Se dunque l’incubazione è stata simile, quali sono le costanti negli esiti delle crisi?

Partiamo dal valore delle case, che da confortevole rifugio sono diventate una trappola mortale. Nelle 22 crisi esaminate da Reinhart e Rogoff, la caduta dei prezzi degli immobili dai massimi ai minimi al netto dell’inflazione èmediamente del 35,5% al netto dell’inflazione e il declino dura 6 anni. Più pronunciato ma meno persistente è il crollo reale delle quotazioni azionarie: mediamente è del 55,9% e si prolunga per 3,4 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 7 punti percentuali e il declino va avanti per 4,8 anni. Queste tendenze parziali si riflettono in un andamento del Pil, che arretra di 9,3 punti e torna a crescere dopo un anno e nove mesi. Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha addirittura comparato 113 episodi di crisi finanziaria in 17 paesi svi luppati, sempre negli ultimi trent’anni. E’ emerso che solo 31 volte le crisi hanno generato recessioni vere e proprie e solo in un numero ancor minore di casi, 17 volte per la precisione, le recessioni sono state preparate da una crisi bancaria. In questi ultimi casi la durata e la profondità delle crisi sono state più che doppie rispetto alle recessioni normali (7,6 trimestri di durata media contro 3,1 trimestri; perdita cumulata di Pil del 19,8% rispetto a un 5,4% se non c’è crisi bancaria). Nessuna di queste crisi, tuttavia, ha avuto l’estensione geografica di quella in corso. Negli Stati Uniti, in 18 mesi di crisi finanziaria, l’indice Dow Jones ha bruciato il 40%, i prezzi delle abitazioni il 28% e nel 2008, anno nel quale complessivamente il Pil è aumentato di circa un punto, oltre 2,5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Quali saranno le nuove percentuali a metà 2010 quando, a dar retta a Merrill Lynch piuttosto che al Fondo monetario internazionale l’andamento del Pil dovrebbe invertire la tendenza?

La reazione di Barack Obama si fonda su un aumento della spesa, che si aggiunge al costo delle manovre dell’ultimo Bush. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari di stimolo all’economia oltre la cifra analoga che la Federal Reserve è già impegnata a spendere a sostegno delle banche. Il presidente eletto eredita un Paese che ha un debito totale (imprese, famiglie, settore finanziario ed esteri) di 51.849 miliardi di dollari a fronte di prodotto interno lordo di 14.412. Un debito pari al 359,7% della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2009 la componente pubblica di questo debito è destinata a aumentare allo scopo, se non altro, di contenere quella privata consentendo a famiglie e imprese di sopravvivere. E già oggi, a seconda di come si effettua il conteggio, il debito pubblico americano avvicina o addirittura supera il prodotto interno lordo. Come segnalano Reinhart e Rogoff, del resto, nei tre anni successivi alle crisi bancarie passate il debito pubblico è aumentato dell’ 86%, perché non è con le pur necessarie manovre sui tassi, effettuate dalle banche centrali, che si superano queste crisi così gravi, ma con la spesa pubblica fatalmente finanziata con il debito pubblico. Se però si guarda all’esperienza degli Stati Uniti della Grande Depressione si dovrà andare oltre le rilevazioni dei due economisti. Perché quando, nel 1941, il prodotto interno lordo espresso in moneta corrente tornò finalmente ai livelli pre-crisi del 1929, il debito totale americano si era dimezzato. E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.

di Alberto Alesina

È stata un’estate di salvataggi. Da Bear Stearns a Fannie Mae e Freddie Mac all’Alitalia. Uno spettacolo triste. Gli innocenti contribuenti – americani e italiani – pagheranno per gli errori di manager, per eccessi di rischio, per piloti e assistenti di volo molto ben pagati. La sinistra marxista un tempo parlava (giustamente) di privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione delle perdite. Gli statisti odierni a cominciare dal ministro Giulio Tremonti pare non ci vedano nulla di male, anzi vorrebbero far entrare ancor di più lo Stato in gioco. Personalmente trovo la risposta sbagliata. Vanno privatizzati sia i profitti che le perdite, tenendo lo Stato (cioè tutti noi) il più possibile a debita distanza da chi sbaglia.
In un mondo ideale chi sbaglia ne subisce le conseguenze. Manager che fanno errori – o che sono semplicemente meno abili dei concorrenti – è giusto che falliscano. Altrimenti come si motivano i loro salari stratosferici? E gli azionisti che hanno investito male è giusto che perdano: la Borsa non è una gallina dalle uova d’oro. Per le imprese inefficienti non c’è spazio sul mercato: devono per far posto a chi sa produrre meglio e creare più reddito. Questo darwinismo economico è quello che ha creato la ricchezza di cui tutti godiamo dalla rivoluzione industrale in poi. Sicuramente, i deboli vanno protetti e l’assicurazione contro la disoccupazione dei lavoratori è qualcosa di indispensabile, che noi non abbiamo. Invece siamo prontissimi ad assicurare manager, azionisti e piloti in esubero.

Certo, il mondo non è cosi semplice e qualche volta bisogna salvare. Ma c’è salvataggio e salvataggio. Se un’istituzione finanziaria fallisce, può trainare con sè imprese perfettamente sane e creare un credit crunch. Ecco allora che un intervento dello Stato (e della banca centrale) serve alla collettività. L’interesse nazionale in questo caso è chiaro: evitare una depressione da debito. L intervento su Bear Stearns è stato per esempio molto ben congegnato e potrebbe non costare quasi nulla al contribuente americano. Gli azionisti di Bear Sterns (e il suo manangement) hanno preso una batosta. Il salvataggio di Freddie Mae e Freddie Mac costerà invece moltissimo agli americani.

Non si poteva fare altrimenti per evitare un collasso finanziario. Salvare questi due colossi del credito edilizio è stata un scelta necessaria ma triste, uno dei giorni più neri del capitalismo americano recente. Ma non si dica che è stata la mancanza di regole, cioè troppo mercato a creare il problema finanziario americano, un’altra delle favole che ci raccontano gli “statalisti” nostrani. È stato il contrario. Regole sbagliate hanno troppo favorito il prestito edilizio e hanno creato incentivi sbagliati per le agenzie di rating ad assegnare «AAA» a tutti. Le connessioni politiche di Freddie Mae e Mac hanno consentito loro di seguire pratiche troppo rischiose evitando l’occhio del regolatore e sapendo che sarebbero state salvate in ogni caso. Il problema è stato l’eccesso di commistione pubblica, non l’eccesso di di mercato.

Anche negli Stati Uniti un bel po’ di privatizzazione dei profitti ed una statalizzazione (per giunta preannunciata) delle perdite. Salvare una grande banca è quindi qualcosa che «turandosi il naso» – secondo un celebre detto di Indro Montanelli – qualche volta si deve fare. Il non averlo fatto nel 1929 fu una delle causa della Grande Depressione. Ma far pagare ai contribuenti almeno un miliardo di euro (se non più) per salvare Alitalia e favorire una cordata di imprenditori italiani non ha senso. Ed esprimo sempre un’opinione personale: a mio avviso il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non doveva farne parte.

Sospendere le regole dell’Antitrust ha poi creato un precedente terribile che potrà essere invocato da chiunque voglia essere aiutato. Questo dettaglio è ancora più grave dei miliardi che spenderanno i contribuenti per Alitalia: apre la strada ad altri miliardi che verrebbero spesi per altre imprese mal gestite. E interessante come gli «statalisti» invochino lo Stato quando serve, quando crea vincoli indesiderati lo zittiscono.

Non c’è alcun interesse nazionale ad aiutare Alitalia. Le sue rotte verrebbero assorbite da altre compagnie e anzi l’eliminazione di posizioni di monopolio Alitalia ridurrebbero i prezzi per i viaggiatori. L’Alitalia non trascinerebbe nel fallimento altre imprese. I suoi lavoratori verrebbero riassorbiti da altre compagnie e nel frattempo andrebbero protetti con assicurazioni contro la disoccupazione. Perché salvare Alitalia e non l’impresa del piccolo imprenditore con 20 dipendenti in difficoltà che mai ha usato un euro di denaro pubblico? Che differenza c’è?

Ma si dirà, a proposito di differenze, non è ingiusto che una banca si debba salvare e una comopagnia aerea no? Una risposta tranchant sarebbe «life is unfair» («la vita è ingiusta»), ma in realtà c’è un criterio di giustizia sottostante. Una banca che fallisce può trainare con sè molti innocenti. Una compagnia aerea no, fatti salvi i dipendenti piu deboli con l’assicurazione contro la discoccupazione temporanea. Il problema è che se una banca grande sa che sarà sempre salvata ha gli incentivi sbagliati. Ecco perché serve trasparenza dei bilanci e un buon funzionamento delle agenzie di rating e della vigilanza per evitare che si giunga al momento del salvataggio.

di Francesco Giavazzi  – Corriere della Sera, 27 agosto 2008

Ci sono quattro buoni motiviper cui il piano per Alitalia predisposto da Banca Intesa desta dubbi e perplessità, inducendo, pare, anche qualche membro del governo a suggerire che venga riconsiderata l’offerta di Air France sdegnosamente rifiutata quattro mesi fa. 1) Il piano rischia di costare ai contribuenti oltre un miliardo di euro, un terzo dei tagli alla scuola previsti dalla Finanziaria; 2) Gli imprenditori che dovrebbero acquisire il controllo della Nuova Alitalia corrono rischi seri: sono stati a lungo minimizzati, ma venuti al dunque non è più possibile nasconderli. Vogliamo davvero rischiare di trasferire su alcune nostre imprese, oltre che sui contribuenti, il costo del disastro di Alitalia? 3) Il piano verrebbe immediatamente impugnato dalla Ue e da quel contenzioso temo usciremmo perdenti; 4) Il piano richiede che vengano sospese le regole anti-trust, creando un precedente pericoloso per la politica della concorrenza.

La Nuova Alitalia che è nata ieri sarà un’azienda senza debiti e con molti dipendenti in meno. Gli imprenditori privati che ne sono i nuovi azionisti apportando un miliardo di euro di capitale fresco apparentemente non corrono rischi: non ereditano debiti né dipendenti in eccesso, e soprattutto hanno la quasi certezza — questa infatti è la condizione necessaria, che essi hanno giustamente preteso—di rivendere fra un anno o poco più l’azienda a Lufthansa o a un’altra compagnia internazionale, recuperando così il miliardo speso oggi, magari con qualche profitto. Quest’operazione così ben congeniata nasconde però un’insidia a mio parere non valutata in modo adeguato dai nuovi azionisti. La Nuova Alitalia acquisterà aerei, slot e altri contratti dalla vecchia azienda della Magliana che domani il Consiglio dei ministri porrà in liquidazione. I prezzi ai quali la Nuova Alitalia acquisterà queste attività determineranno se la Vecchia Alitalia sarà in condizione di far fronte ai debiti che le rimarranno. Ad esempio, due anni fa gli aerei valevano 2,2 miliardi di euro: se i nuovi azionisti accettassero di acquistarli a quel prezzo, la Vecchia Alitalia potrebbe agevolmente pagare i propri debiti e poi chiudere.

Ma dubito che i nuovi azionisti siano disposti a pagare tanto: gli aerei sono vecchi e più sale il prezzo del petrolio meno valgono. Le valutazioni internazionali suggeriscono oggi ragionevolmente un miliardo. Se così fosse la Vecchia Alitalia non avrebbe fondi sufficienti per pagare i propri debiti. I nuovi azionisti hanno richiesto una norma che li protegga dal rischio di revocatorie da parte dei creditori della Vecchia Alitalia, prova del fatto che non sono disposti a pagare molto. Che cosa accadrebbe se la Vecchia Alitalia non fosse in grado di far fronte ai propri debiti verso fornitori, banche e investitori che detengono obbligazioni della società? Una possibilità è non pagare. Due mesi fa, quando fu convertito in legge il decreto (DL 23.4.2008, n. 80) che evitò il fallimento concedendo ad Alitalia un prestito ponte di 300 milioni, il governo disse in Parlamento: «Con la presente norma si tende a salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia… escludendo in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali ».

Quindi i creditori di Alitalia hanno diritto ad essere rimborsati in quanto sono protetti da una legge che escludeva esplicitamente la liquidazione o anche solo lo scorporo della società— che invece avviene oggi prima della decorrenza di dodici mesi dall’approvazione del decreto. Che lo Stato debba pagare i debiti della Vecchia Alitalia è quindi certo. Nel momento stesso in cui paga, il governo viola le norme europee sugli aiuti di Stato. Consentire la sopravvivenza di un’azienda decotta trasferendone i debiti allo Stato è un classico caso di aiuto. Una condanna di Bruxelles obbligherebbe la Nuova Alitalia a rimborsare l’aiuto impropriamente ricevuto, cioè ad accollarsi quei debiti (questo è esattamente ciò che avvenne vent’anni fa quando Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat senza debiti —di cui si fece carico l’Iri, cioè lo Stato. Dopo la condanna di Bruxelles quei debiti tornarono in capo alla Fiat). Sono consci i nuovi azionisti del rischio in cui incorrono e dal quale evidentemente lo Stato non li può manlevare? Ma non basta. Il decreto legge n. 80 prevede: «La somma erogata ad Alitalia è rimborsata il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze». Questo comma fu inserito nel decreto proprio per evitare che il prestito ponte fosse considerato un aiuto.

Il governo ha poi trasformato il prestito in capitale, ma con una formula ambigua che ne consente la restituzione all’azionista qualora Bruxelles lo richieda. Quindi se la Vecchia Alitalia non avrà fondi sufficienti, sarebbe la Nuova Alitalia a dover rimborsare allo Stato i 300 milioni del prestito (che in cassa non ci sono più perché sono serviti a coprire le perdite dei primi mesi dell’anno). Altrimenti la controversia con Bruxelles si aggraverebbe ulteriormente. Vi è poi il problema Air One. I nuovi azionisti non vogliono la fusione fra Nuova Alitalia e Air One perché questa porterebbe nella Nuova Alitalia debiti e dipendenti di Air One. Essi vogliono semplicemente acquistare da Air One gli aerei, tutti gli slot (grazie a una sospensione delle regole anti-trust) e i contratti stipulati per la consegna di nuovi velivoli. Air One rimarrà quindi una scatola vuota, ma con molti dipendenti e 450 milioni circa di debiti: basterà la vendita di slot e aerei a far fronte ai debiti e al costo degli esuberi? Quanti debiti di Air One finiranno essi pure a carico dello Stato? Anche qui c’è un problema europeo: nel 2004, quando lo Stato rifinanziò Alitalia, Bruxelles acconsentì a patto che i nuovi fondi non fossero usati per allargare la quota di mercato: esattamente quello che oggi Alitalia fa acquisendo le attività di Air One. L’offerta di Air France non apriva problemi con Bruxelles e non costava nulla, tranne le indennità per un numero di esuberi comunque inferiore: anzi portava qualche spicciolo nelle casse dello Stato perché i francesi avrebbero pagato, seppur poco, le azioni di Alitalia.