RELAZIONE

Non è una bella mattina a Firenze. Non perché manchi il sole, ma perché la sua luce non è piena e calda, è velata e poco avvolgente, fredda. Affranto da una settimana difficile, Lorenzo si appresta pensieroso ad entrare nella stazione di Santa Maria Novella. È stanco e poco convinto. Difficilmente, tempo addietro, avrebbe fatto una cosa simile. Con un ultimo sguardo al cielo della sua bellissima città, commosso, la saluta, consapevole che potrebbe essere per sempre. Un addio difficile, ad una città che lo definiva in tutto e per tutto, compreso il suo nome, Lorenzo. Ma tanto “Magnifico” quella mattina non si sentiva. Con goffa lentezza sale le scalinate della stazione, sperando con tutto il cuore in un intoppo improvviso che gli permettesse di non partire. Ma è andato tutto liscio. Nel giro di una manciata di minuti si ritrova, inevitabilmente, nella stazione, alla biglietteria ed infine sul treno. Treno per Monaco. Sì, la Germania, wurstel, birra e soprattutto una nuova vita. È questa imminente rivoluzione nella sua esistenza a tenere la sua mente impegnata in sogni futuri e nostalgici ricordi.

A Firenze, aveva rovinato tutto. Aveva una famiglia, un lavoro, un criceto…casa in centro, riconoscenza e rispetto nei visi delle persone che lo salutavano…aveva, come si dice, una “posizione”. Tutto questo grazie alla sua professione di giornalista, che gli consentiva un buon salario ed un po’ di visibilità. Nonostante la sua giovane età, infatti, scriveva per molte testate straniere, e aveva più volte calcato i “palcoscenici” di guerra come reporter. Aveva ricordi nitidi ed indelebili della maggior parte dei conflitti mondiali, Palestina, Somalia, Ruanda, Sudan, ex Jugoslavia, ecc…Aveva sempre raccontato tutto, le atrocità, gli accordi oscuri, i nomi. Era un personaggio scomodo. Era, appunto. Oggi è un uomo distrutto che fugge su un treno da fantasmi troppo grandi da affrontare. I primi problemi erano affiorati al ritorno dalle missioni in Africa sub sahariana. Le certezze di rendere un servizio di informazione alla comunità, ignara delle immense problematiche esistenti in quei paesi, iniziavano a cedere. Si rese conto di quanto tale comunità fosse egoista, complice di tali atrocità, lui compreso. I suoi viaggi erano brevi, inconcludenti. Le persone non si interessavano, non consideravano i morti, la fame, le malattie. Anche per Lorenzo, in realtà, tutto ciò era solamente lavoro; fatti che portavano “belle” parole su di un foglio bianco. Prese, inoltre, coscienza del fatto che i suoi pezzi migliori, quelli premiati, erano tutti su fatti di guerra. Alle persone piace l’azione, il sangue, lo scontro tra “Davide e Golia”. È come se tutti ogni giorno aprendo il giornale si sentissero un pò come al cinema, sereni che lo spettacolo è lontano dalle loro vite, è finzione dentro uno schermo. Così le denuncie degli articoli di Lorenzo diventavano semplici parole su di un piccolo “schermo” di carta.

Lorenzo sul treno ripensò agli ultimi mesi, alla rabbia, alla frustrazione, al senso di impotenza. Diventò scontroso, distante ed estremamente aggressivo. Non riusciva a relazionarsi neanche con la ragazza, con gli amici, con i genitori. Passava le giornate passeggiando ed osservando una massa deforme di persone che a testa bassa imbrattavano, correvano, inquinavano, consumavano e soprattutto non pensavano. Fermo in piazza Duomo per ore, notava come nessuno volgesse lo sguardo verso la meravigliosa cupola del Brunelleschi, verso il cielo, quasi come a rifiutare la bellezza, ritenuta corrutrice di una “sana” vita da consumatore. Più passavano i minuti, le ore, i giorni, e più Lorenzo covava un’ira insopportabile, destinata ad esplodere. Per questo una mattina decise di allontanarsi, di fuggire da tale situazione, per evitare il peggio, per lui e per chi gli stava a fianco. Andò su internet, scorse l’elenco dei treni, comprò il biglietto per il primo luogo più lontano possibile da Firenze, l’eurocity Firenze-Monaco, appunto.

Il paesaggio scorreva lento ed inesorabile. La campagna toscana lascia il posto all’Appennino Tosco-Emiliano. In un tempo che sembrò infinito nella sua mente, ma in realtà molto breve, il treno ferma a Bologna. Lorenzo scende per una sigaretta, agognata evasione da un viaggio che stava diventando sempre più mentale. Non aveva smesso un  attimo di analizzare le motivazioni, le cause, le conseguenze di tale scelta. Tornò sul treno e finalmente prese a dormire.

Stazione di Rovereto: ennesima fermata. Una brusca frenata del treno lo sveglia. Lorenzo prende il pacchetto di sigarette e scende. Pochi minuti dopo un fischio indica ai passeggeri di risalire. Lorenzo un pò più tranquillo e riposato risale le scalette e torna al suo posto. Cerca la valigia con lo sguardo. Non c’è. Prosegue nel corridoio ispezionando gli scompartimenti. Niente. La reazione non è immediata. Rimane qualche minuto fermo, immobile. Poi inizia  a salire un senso di sconforto, le sicurezze che stava cercando di consolidare, crollano. Incomincia a pensare allo sbaglio, all’enorme errore che è stato prendere quel treno. La vampata passa, e abbattuto si avvia alla cabina del capotreno. Lo mette a conoscenza dei fatti, ed incomincia una ricerca vagone per vagone. La ricerca è lenta e senza risultati. Lorenzo suda. Il treno rallenta e si ferma: Trento.

Accaldato Lorenzo volge lo sguardo fuori dal finestrino. L’attenzione ricade su di una figura statuaria, elegante. Un uomo fermo di fronte all’uscita dalla stazione, fuma appoggiato ad una valigia verde. Lorenzo si protrae in avanti, come a cercare di uscire con la testa dal finestrino, mette meglio a fuoco e realizza che quella è la sua valigia verde. Agitato si gira verso il capotreno e indica l’uomo. Mentre il capotreno si affaccia dal finestrino, Lorenzo è già in fondo al vagone, e correndo si appresta a scendere dal treno e ad inseguire il ladro. In apnea scende le scale ed attraversa il sottopassaggio. L’uomo non c’è più. Neanche la sua valigia. L’immobilità della sorpresa viene interrotta da un fischio alle sue spalle. Velocemente si gira. L’eurocity per Monaco è ripartito. Corre verso l’uscita. Una occhiata a destra, una a sinistra. Niente. Solo persone che in fretta trascinano trolley e tassisti. Distrutto, con la camicia bagnata dal sudore, Lorenzo si siede sul marciapiede.

Una mattina nuvolosa. Sicuramente porterà pioggia. Lorenzo si sveglia in un albergo di Trento.

Ha deciso di pernottare, convinto che il ladro si trovi in città. In realtà ha finalmente trovato una scusa per interrompere quella odiosa fuga che aveva intrapreso. Si veste, scende per la colazione.

L’hotel non è male. Si siede ad un tavolino e ordina caffè ed un cornetto. Intanto cominciano a radunarsi nella hall un gruppetto di ragazzi. Lorenzo nota come siano estremamente giovani, tutti sotto i trenta anni. Viene attirato dalle risate, dall’allegria, ma soprattutto dal fatto che siano di regioni diverse. Si sentono accenti, cadenze del nord, del centro e del sud. Lorenzo beve il caffè.

La città è tutta in festa. Cartelloni con il logo di uno scoiattolo nero annunciano conferenze. Sono le giornate del Festival dell’economia. Il color arancio la fa da padrone. Tutti hanno una borsa, un portachiavi, un taccuino arancione. Mentre nota tutto questo, Lorenzo a lasciato l’albergo, seguendo a piedi il gruppo di giovani. Con l’orecchio teso, riesce ad intuire che sono un gruppo di studenti da tutta Italia, invitati per assistere al Festival.

Nei tre giorni seguenti, Lorenzo si dimentica della ricerca della valigia, e si appassiona ai discorsi, ai commenti dei ragazzi. Il confronto si protrae  fino a sera tardi, sui divanetti della hole dell’albergo. Tra una frase in romanesco, una in campano, la notte avanza fino al bussare del sonno.

Contemporaneamente, Lorenzo segue le conferenze, e stupito, ascolta con interesse critico grandi nomi dell’economia e non solo. Il tema, neanche a farlo a posta, è mercato e democrazia. Binomio difficile da analizzare. Tre giorni intensi di riflessioni, di sapori, di piccole piazze incastonate come gemme nella cittadina. Tre giorni di gioventù, gioventù pensante.

Si interessa ad una giovane ricercatrice che parla di cooperazione internazionale, sbuffa sui grandi economisti inconcludenti e troppo “economicizzati”. Riscopre personalità, troppe volte per diffidenza snobbate, che in realtà si rivelano critiche e realistiche.  Il tutto condito dalla continua visione di un gruppo di persone giovani, unite nonostante le differenze geografiche e di idee. Un ottimo modello da osservare, parlando di democrazia.

L’ultima sera, usciti dall’ennesima conferenza, Lorenzo segue i ragazzi al ristorante. L’ultima cena.

Lorenzo prende coraggio. Si avvicina al gruppo, radunato davanti all’entrata del ristorante. Con apparente tranquillità comincia una conversazione sul Festival. Alla fine trova il coraggio e chiede se fosse possibile aggregarsi a loro per la cena. I ragazzi divertiti, un po’ diffidenti, rispondono di sì. Tutti insieme entrano nel ristorante.

Fiumi di birra, montagne di cibo, accompagnano le parole. Il confronto si fa serrato. Privatizzazioni, immobilità statale, Cina-India, comunità internazionale. L’alcool inibisce la tavolata. La voce si alza. Le idee si alternano a battute e arcaici modi di dire regionali. I ragazzi sono concordi sul bisogno di cambiamento del sistema, ma naturalmente sulle modalità ci sono divergenze. Ma Lorenzo è tranquillo, felice, spensierato. Beve un sorso di birra, e pensa a come alla fine la società, l’economia, la democrazia, siano fatte da uomini. Basta con i numeri sterili, con l’alienazione, la velocità, l’incomunicabilità…basta rendere le cose difficili inaccessibili. Cervelli pensanti, confronto. Questo ci salverà. Non saranno un Krugman, un Friedman, una Marcegaglia a cambiare qualcosa, ma un ragazzo di Roma, di Milano, di Napoli, o magari di Firenze…ah Firenze. In quell’attimo di riflessione Lorenzo capisce che non avrebbe potuto lasciare la sua città. Lo capisce perché ha di nuovo voglia, speranza, sete di informazione e conoscenza, anche perché lo deve a quei ragazzi. Si risveglia da quella improvvisa auto-analisi.

È solo. La tavola è apparecchiata. Stordito, Lorenzo si alza, si gira ed inciampa in qualcosa. La sua valigia verde. Con un sorriso libero dalle vecchie nubi si dirige verso l’uscita.

Stazione di Trento. Euro-city  Monaco- Firenze. Lorenzo si siede, sistema la valigia tra le gambe, e beatamente si addormenta. 

 

 

di Sergio Rizzo

Anche chi è sempre stato diffidente verso la Confindustria farebbe bene a leggere il rapporto 2008 “Generare classe dirigente” della Luiss, l’università dell’associazione degli industriali. Quel rapporto è composto essenzialmente da due parti. La prima è stata elaborata sulla base di 2080 questionari rivolti a soggetti scelti fra tutta la tutta la popolazione italiana messi a punto dall’associazione laureati Luiss, dall’Università politecnica delle Marche, dell’Università di Bologna e dalla società Ermeneia del sociologo Nadio Delai. Il risultato è per certi versi sconcertanti. Alla domanda se in Italia le raccomandazioni contino più del merito, le risposte “molto” e “abbastanza” hanno raggiunto l’80,6% del totale. E questo nonostante il 79,9% sia d’accordo sul fatto che la valorizzazione del merito possa “migliorare le condizioni del Paese”. E se secondo gli intervistati il riconoscimento del merito esiste sia pur moderatamente nella piccola e media impresa (51,2%) e nelle professioni (49,9%), nella classe dirigente (34,4%) è molto più basso, per non parlare dei sindacati (27,9%), delle associazioni imprenditoriali (24,5%), della pubblica amministrazione (24%) e della politica, dove i giudizi sul riconoscimento del merito sono i più bassi in assoluto: 22,9%. Da sottolineare che sia per la pubblica amministrazione che per la politica il peso delle risposte “poco” e “per nulla apprezzato” relativamente al merito, raggiungono i livelli massimi, rispettivamente pari al 56,3% e al 54,2%.
Il 77,5% degli intervistati è poi convinto che la classe dirigente “si dichiara favorevole rispetto al principio del merito, ma poi non lo applica a se stessa”. E questo perché (77,4%) “la classe dirigente non è abituata ad applicare il criterio del merito, preferendo quello dell’appartenenza a un gruppo, a un partito, a un sindacato, a una famiglia, a una squadra aziendale”. Il 73,1% concorda inoltre sul fatto che per favorire il merito sarebbe necessario “abolire il valore legale del titolo di laurea”, mentre il 70,4% considera fondamentale “licenziare i funzionari pubblici condannati in via definitiva”. In Italia anche il concetto di interesse collettivo, conferma il rapporto, è piuttosto labile. Dice il documento: “Nella realtà del nostro Paese, secondo il 72.7% della popolazione, l’interesse collettivo è soltanto una bella parola sotto la quale si nascondono interessi di gruppi particolari, economici, politici, di categoria, di ceto”. E questo a cascata condiziona una società che appare da 15 anni ripiegata su se stessa. Rispetto al 1993, cioè alla fine della Prima repubblica, “il Paese non sembra né più stabile (74,2% delle risposte), né meno condizionato dai poteri forti (69,3%), né dotato di una classe dirigente più competente e responsabile (66,4%). Anche nel confronto degli “altri Paesi europei” il giudizio degli intervistati è deprimente: il 68,9% non ritiene che l’Italia di oggi sia “meno corrotta”, il 60,9% non ritiene che sia “economicamente più dinamica”. Del resto il giudizio sulla classe dirigente è generalmente di scarsa innovazione. Soltanto nella “piccola e media impresa”, alla domanda se la classe dirigente sia “innovatrice” o “conservatrice”, le risposta “innovatrice” (35,5%) prevale su quella “conservatrice” (32,4%). Perfino la classe dirigente della grande impresa è considerata più conservatrice (36,3%) che innovatrice (33,1%). Dopo di che è una lenta discesa agli inferi, fino alla pubblica amministrazione (55,1% di classe dirigente conservatrice) e alla politica (addirittura 60,1% contro il 12,2% di risposte “innovatrice”). Infine: soltanto l’1,3% ritiene che la pubblica amministrazione sia pienamente efficiente, mentre il 62,9% considera che sia “opportuno” tagliare i costi della politica e il 59,3% giudica “inaccettabile” l’evasione fiscale.
Il secondo capitolo è stato invece elaborato con i dati di 471 interviste, ma questa volta non a esponenti dell’intera popolazione italiana, bensì a rappresentanti selezionati della stessa “classe dirigente”, effettuate fra la fine di novembre 2007 e metà gennaio 2008. E anche quello offre uno spaccato inquietante. Della fiducia negli ordini professionali si è già detto. Ma c’è un altro dato che fa riflettere. Il 39,1% dei rappresentanti della “classe dirigente”, percentuale massima in assoluto fra tutte le risposte, è persuaso che “non ci siano luoghi in cui si sta formando una nuova classe dirigente”. Al secondo posto le risposte di chi ritiene che quei luoghi esistano e siano “alcune medie aziende più vitali” (33.3%). Al terzo posto le “associazioni di volontariato e in genere il terzo settore” (19,5%). In fondo alla classifica “alcune banche” (3,8%) e “alcune scuole di formazione politica”, mentre sorprendentemente il 6,4% considera che “in alcune realtà di partito” si stia formando nuova classe dirigente. Spaventose sono le risposte al questionario sulle “Prospettive future per un giovane d’oggi rispetto a vent’anni fa”: il 63,7% è convinto che “avrà un lavoro e una posizione sociale inferiori rispetto a quella dei genitori”

di Antonio Martino
Raramente le parole sono neutrali, usate per descrivere, spesso sono invece cariche di un connotato positivo o negativo, usate per esprimere giudizi favorevoli o critici di qualcosa o qualcuno. E’ questo il caso dei termini “speculazione” e “speculatore” che hanno una forte carica negativa, esprimono riprovazione. La speculazione viene considerata una squallida attività antisociale, contraria agli interessi generali, e lo speculatore un malvagio che si arricchisce a spese e danno della collettività. Nell’opinione radicata di quanti usano quei termini c’è un disprezzo per qualcosa che sta al confine fra il lecito ed il reato, lo speculatore non sarà un criminale in senso stretto ma ci manca poco. L’indignazione e la denuncia sono implicite nell’uso di quelle parole. Ora, se invece di esprimere giudizi morali analizziamo il fenomeno della speculazione e del modo in cui opera, scopriamo che tanto sdegno non è in fin dei conti giustificato anche perché il fenomeno non è affatto necessariamente nocivo. Potrà magari irritare l’alta considerazione che abbiamo di noi stessi constatare che qualcun altro riesce ad arricchirsi con quella che a noi sembra vergognosa facilità, ma non abbiamo titolo a decidere che gli speculatori debbano finire sul rogo. Vediamo.

L’unico modo in cui si possa guadagnare a questo mondo consiste nel comprare a poco e vendere a molto: chi acquista una determinata merce o un titolo azionario a prezzo basso e lo rivende a molto guadagna, chi effettua l’operazione opposta, comprando a molto e vendendo a poco, perde. Questo è evidente. Ora, se l’insieme degli speculatori compra quando una merce è abbondante ed il suo prezzo è basso, somma la propria domanda alla domanda di mercato e contribuisce a rendere meno basso il prezzo del prodotto in questione, che sarà più alto di quanto sarebbe in assenza di speculazione. D’altro canto se gli speculatori vendono quando una merce è scarsa ed il suo prezzo alto, sommano la propria offerta a quella di mercato e rendono meno scarsa la merce e più basso il suo prezzo. L’effetto netto della speculazione è quindi stabilizzante: rende meno bassi i prezzi bassi e meno alti quelli alti. Vista dal punto di vista della quantità, la speculazione rende meno abbondante una merce quando ce n’è “troppa” e meno scarsa quando ce n’è “troppo poca”. Non solo, quindi, stabilizza i prezzi che hanno fluttuazioni meno marcate di quanto avrebbero altrimenti, ma tende anche a distribuire e rendere più uniforme la disponibilità della merce nel tempo. Se le cose stanno così, non si vede perché il fenomeno debba meritare la riprovazione generale.

Ovviamente nulla garantisce a priori che gli speculatori guadagnino dalla loro attività e se, per incompetenza o carenza di informazione, effettuano scelte sbagliate, non solo ci rimettono loro ma determinano anche conseguenze negative per la collettività. Infatti, se comprano quando c’è penuria di un certo prodotto, lo rendono ancora più scarso e determinano un ulteriore aumento del suo prezzo e, se vendono quando è abbondante, riducono ulteriormente il già basso prezzo.

In questo caso la speculazione è destabilizzante e gli speculatori nel loro insieme subiscono perdite. Com’è ovvio, tuttavia, ciò non accade intenzionalmente – guadagnare è interesse di chi specula – ed è quindi da ritenersi eccezionale la speculazione destabilizzante.
Questa lunga e spero semplice premessa serve per mostrare come sia insensata l’idea diffusa secondo cui l’alto prezzo del petrolio sia dovuto alla speculazione – “ci sono più contratti che barili” ha sentenziato con grande sicumera il nostro impareggiabile ministro dell’Economia – perché, a meno di sostenere che gli speculatori siano autolesionisti, non si vede perché dovrebbero acquistare quando il prezzo è alto (in attesa di poter vendere quando sarà più basso?). Quello che accade è che gli speculatori prevedono prezzi più alti degli attuali e quindi comprano adesso per vendere allora. Così facendo consentono al prezzo di anticipare adesso una parte dell’aumento che è destinato ad avere in futuro. Questo incentiva un uso meno esteso del petrolio, l’adozione di tecniche volte a risparmiarlo e la ricerca di nuovi approvvigionamenti, tutte attività che lo renderanno meno scarso e meno caro in futuro. Ancora una volta siamo in presenza di una attività socialmente benefica: gli speculatori, arricchendosi, fanno anche il nostro interesse.

Pubblicato il 22/06/2008

Concorrenza paradossale

June 24, 2008

di Francesco Daveri – Il Sole 24 Ore  15/06/08

Per Robert Reich la principale garanzia per i consumatori si trasforma facilmente in monopolio ma lo sono diventati perché il capitalismo di oggi ha consentito loro di sfruttare al meglio una loro idea imprenditoriale. Dopo il turbocapitalismo di Edward Luttwak e l’ipercapitalismo di Jacques Attali, ecco il supercapitalismo dell’ex ministro del Lavoro di Clinton Robert Reich. Che sia turbo, iper o super, la domanda è in realtà sempre la stessa: il capitalismo concorrenziale è una minaccia per la democrazia o invece richiede la democrazia? Dopo due secoli di capitalismo e cinquant’anni di globalizzazione (cioè del tentativo più compiuto di estendere al mondo intero i principi della concorrenza), vorremmo conoscere la risposta a questa importante domanda.

Nel suo libro, Reich (con la prefazione di Guido Rossi) associa alla crescente diffusione della concorrenza varie conseguenze ambivalenti, la principale delle quali è quella di far prevalere gli interessi degli utenti dei mercati – consumatori e investitori –su quelli di chi sui mercati offre i beni e i servizi, cioè in ultima analisi i lavoratori. Chi va al supermercato lo fa spinto dal desiderio di fare la spesa spendendo il meno possibile e nell’orario che meglio si adatta alle sue esigenze. Lo fa per vivere meglio. Ma il suo tentativo di vivere meglio implica che, tra gli scaffali del supermercato, ci siano lavoratori disponibili a lavorare in condizioni che riterremmo sgradevoli se fossimo pienamente consapevoli delle implicazioni sociali della convenienza. Tutto ciò, a volte, avviene in modo un po’ schizofrenico anche all’interno di ognuno di noi. La sera dopo il lavoro o nel week end, quando vestiamo i panni di consumatori, acquistiamo la vacanza più vicina alle nostre esigenze (e non il pacchetto vacanze di una volta che aveva dentro sempre qualche fregatura) e ci sentiamo finalmente sovrani. Quando poi però la mattina e nei giorni feriali smettiamo gli abiti di consumatori e andiamo a lavorare, nei servizi o in aziende manifatturiere che competono sui mercati globali, interagire – in modo indiretto – con consumatori e investitori esigenti e interessati al risultato finisce per schiavizzarci o quanto meno renderci insicuri sul lavoro e nella vita. In alcuni casi, la ricerca del massimo profitto in un mondo sempre più concorrenziale può anche tradursi in accresciuti rischi ambientali.
Non basta. La concorrenza, secondo Reich, ha anche potenziali conseguenze negative per la democrazia. Essenzialmente perché il mondo in cui viviamo non è un mondo di public companies in cui ogni consumatore possiede un pezzettino di Microsoft, Wal Mart, Fiat e delle altre grandi imprese globalizzate. Molto spesso, nel mercato concorrenziale dominato dalle nuove tecnologie, la concorrenza finisce spesso per premiare uno solo, quello che ha la buona idea e si prende tutto il mercato e si tiene il grosso dei profitti aziendali. Bill Gates, come gli ex-ragazzi di Google e Michael Ryan (quello di Ryanair) non sono nati ricchi, Una volta diventati ricchi, però, come tutti i monopolisti hanno cominciato a fare lobbying (qualcuno è entrato in politica) e hanno provato a influenzare l’attività legislativa e i mezzi di comunicazione, magari creando fondazioni benefiche che contribuiscono a far dimenticare la loro natura di monopolisti. Ecco perché il capitalismo concorrenziale di oggi – secondo Reich – mette in pericolo la democrazia. Non perché venga negato il diritto di voto ma perché ai cittadini diventa più difficile fare sentire la loro opinione sulle politiche che possono pregiudicare il loro benessere.

Tutto ciò avviene nel supercapitalismo di oggi e non succedeva fino alla fine degli anni settanta o giù di lì. Per due ragioni. Il primo cambiamento è stato indotto dalla rivoluzione informatica che ha, da un lato, ampliato le possibilità di scelta dei consumatori e, dall’altro, consentito una mobilità del capitale finanziario e delle multinazionali sconosciuta in precedenza. La seconda condizione è rappresentata dagli sviluppi politici in favore di una sempre maggiore liberalizzazione degli scambi, cioè dalla globalizzazione, che dunque è uno ma non l’unico elemento.

Si può rimediare ai super-guasti? Gli ottimisti sperano nella spinta dal basso che proviene dall’auto-organizzazione di consumatori consapevoli che votano con il loro portafoglio contro le aziende ” cattive”. Altri pensano a riforme che leghino le mani alle grandi corporation quando si buttano in politica (ma chi sono i parlamentari che le approvano?). La speranza più concreta viene allora forse proprio dalla possibilità che, indotti dalla loro inesauribile sete di profitto o da appropriate politiche economiche, i monopolisti non resistano all’istinto animale di farsi concorrenza tra loro per diventare ancora più monopoli-sti, finendo invece per regalarci involontariamente un maggiore benessere.
Robert B. Reich, «Supercapitalismo», prefazione di Guido Rossi, Fazi Editore.

di Federico Rampini, Repubblica — 19 giugno 2008

PECHINO – Che cos’ hanno in comune il villaggio olimpico per gli atleti e gli hotel a cinque stelle per milioni di turisti che affluiranno a Pechino da tutto il mondo, lo stadio di calcio e il bacino per le gare di canottaggio? Una parola sola: la sete. Tonnellate d’ acqua saranno necessarie ad agosto per riempire le vasche e i laghi da competizione. Centomila metri cubi solo per annaffiare i prati negli stadi. Poi bisognerà dissetare una capitale più sovrappopolata del solito, con i visitatori stranieri ad aggiungersi a 18 milioni di abitanti: i consumi cresceranno del 30%. La natura non è mai stata generosa con questa regione della Cina. Chi arriva a Pechino dall’ Europa se ne accorge guardando dal finestrino dell’ aereo: per più di un’ ora prima di atterrare, il paesaggio che si vede dall’ alto è una massa montagnosa sconfinata e arida, un orizzonte infinito di rocce grigie e marroni, senza un filo di vegetazione. L’ acqua, “l’ oro blu”, è una rarità da queste parti. Lo è, in realtà, in tutto il pianeta. La grande crisi idrica è l’ emergenza più ignorata e più sottovalutata dei nostri giorni. Il petrolio conquista le prime pagine dei quotidiani ogni giorno grazie ai record dei prezzi. L’ acqua soffre di una penuria altrettanto grave, aggravata dal fatto che in molti paesi è semigratuita: un folle incentivo allo spreco. A Pechino per rispondere ai bisogni delle Olimpiadi il governo ha fatto le cose in grande, come sempre. Un altro progetto titanico è venuto ad aggiungersi a tanti maestosi monumenti della modernizzazione cinese. In meno di un anno è stato scavato un canale artificiale lungo oltre 300 chilometri e largo più di cento metri. Taglia le pianure agricole dello Hebei e dello Henan per puntare dritto al Fiume Giallo. È ben visibile dal cielo, una linea retta blu: per ora ha il colore delle tele cerate che rivestono il letto del canale, a giorni verranno rimosse da un esercito di muratori. Entro poche settimane sarà inaugurato. È un’ opera faraonica al cui confronto scompaiono secoli di canalizzazioni costruite dalle dinastie imperiali. Come una sanguisuga gigante Pechino comincerà a pompare l’ acqua direttamente dal fiume che per millenni ha sostenuto una civiltà contadina, irrigando le terre agricole di tutta la Cina centrale. Trentamila contadini sono stati espropriati perché il tracciato del canale potesse passare attraverso i loro campi. Molti di più sono quelli che rischiano di perdere i raccolti quando milioni di litri d’ acqua scorreranno sotto i loro occhi, fuggendo a Nord per soddisfare i bisogni della capitale. Già oggi in quelle regioni agricole i contadini sono costretti a scavare 50 metri sottoterra per cercare falde acquifere sempre più lontane. I Giochi sono solo l’ ultimo episodio nella lunga guerra dell’ acqua che oppone le città alle campagne. Molto prima delle Olimpiadi il consumo di Pechino ha cominciato a esplodere per irrigare i campi da golf, i laghetti artificiali e le piscine private che circondano i suoi grattacieli nei quartieri residenziali di lusso. “Proprio mentre lo spreco dell’ acqua aumentava in misura esponenziale – denuncia Dai Qing, la più celebre militante ambientalista cinese – le pioggie qui sono dimezzate, crollando da una media di 600 millimetri a 300 millimetri l’ anno”. Stremata dall’ industrializzazione e dall’ urbanizzazione, la falda acquifera sotto la capitale si è abbassata di 23 metri in mezzo secolo. Il lago artificiale Miyun, che alimenta la rete potabile di Pechino, contiene solo il 25% dell’ acqua prevista. Il furto ai danni del Fiume Giallo è un sopruso ma è anche una scelta dettata dalla disperazione. Il futuro che attende Pechino è drammatico: basta spingersi per poche ore di strada più a nord per cogliere i segni dell’ aridità che avanza implacabile. Ogni anno 2.500 km quadrati di terre fertili si trasformano in deserto. Il resto della Repubblica Popolare non sta meglio. Le violente inondazioni stagionali che colpiscono il Sud non devono ingannare. L’ insieme della popolazione cinese ormai ha riserve idriche pro capite inferiori a quelle degli abitanti d’ Israele, uno Stato che si trova ai confini del deserto. Nella battaglia per l’ acqua cinese finora hanno vinto le categorie economiche e sociali più forti: i padroni delle fabbriche, le centrali elettriche, i ceti medi urbani. L’ irrigazione agricola nel 1980 assorbiva l’ 85% dell’ acqua del paese, oggi è scesa al 60%. Sempre più spesso le campagne devono accontentarsi di acque usate e inquinate, provenienti da scoli industriali e fognature urbane, con effetti di contaminazione dei raccolti e pericoli per la salute. Neppure il sacrificio dei contadini può bastare. Secondo le stime della Banca Mondiale, sulle 600 città cinesi almeno 400 soffrono di una cronica scarsità di acqua potabile. La Cina vive la crisi dell’ acqua in modo particolarmente acuto per le sue dimensioni demografiche. Ma l’ emergenza è mondiale. In India si stima che le falde acquifere perdono da uno a tre metri ogni anno. Su tutto il pianeta, secondo l’ ultimo rapporto WorldWatch, sono andati distrutti dai 20 ai 30 milioni di ettari di terre irrigue per il degrado provocato dall’ avanzata del sale. L’ Asia centrale soffre alcune delle situazioni più drammatiche. Al confine tra il Kazakhstan e l’ Uzbekistan, il Mare di Aral un tempo era il quarto lago più vasto del mondo. Da allora si è ritirato a una velocità impressionante, il 70% della sua superficie è prosciugata. La città di Aralsk era un fiorente porto per la pesca e per le navi dei mercanti di cotone. Oggi è una città-fantasma, lontana 40 chilometri dalle rive del lago rimpicciolito. La zona dell’ ex porto è circondata da terre riarse. I cammelli si aggirano tra i relitti di vecchi pescherecci arrugginiti al sole. Il lago di Aral era alimentato dai fiumi che sgorgano dalle montagne del Kyrgyzstan e del Tajikistan. Il grande saccheggio di quei corsi d’ acqua cominciò negli anni Sessanta, quando le repubbliche dell’ Asia centrale facevano parte dell’ Unione sovietica, che lanciò piani ambiziosi per aumentare i raccolti di cotone e di riso. Ora i venti trasportano sull’ Aral polveri di fertilizzanti chimici. Kyrgyzstan e Tajikistan divenuti indipendenti sequestrano i fiumi per le loro centrali idroelettriche. Ad aprile i cittadini del Tajikistan sono stati tassati del 50% dei loro salari per finanziare la costruzione di una megadiga per l’ energia elettrica. Fra tutti gli Stati vicini cresce la tensione per l’ accesso a una risorsa sempre più scarsa. «L’ acqua – ammonisce il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon – è un terribile carburante per le guerre del futuro». L’ oro blu si fa scarso e prezioso almeno quanto l’ oro nero. Le due penurie si alimentano a vicenda. Alcuni progetti per estrarre petrolio da giacimenti “difficili”, come le sabbie bituminose del Canada, richiedono tecnologie che fanno un utilizzo massiccio di acqua. Che l’ acqua stia diventando il nuovo petrolio lo rivelano gli investimenti di un celebre magnate del greggio texano, T.Boone Pickens. Il finanziere d’ assalto, protagonista di epiche scalate a Wall Street, è considerato l’ epigono di John D. Rockefeller (fondatore nel 1870 della Standard Oil, l’ antenata della Exxon). Oggi Pickens è il maggiore proprietario di acqua di tutti gli Stati Uniti: da anni attraverso la sua società Mesa Water compra terreni ex-demaniali con i diritti di sfruttamento delle falde acquifere sottostanti. L’ intera città di Dallas rischia di dover pagare a caro prezzo l’ accesso alle sue riserve, da cui può pompare 65 miliardi di galloni di acqua potabile all’ anno. Nella corsa all’ oro blu Pickens si trova di fronte un concorrente che conosce bene: la Royal Dutch Shell ha allungato le mani su vaste falde idriche nel Colorado. Anche la Nestlé sta facendo incetta di terreni rurali negli Stati Uniti dopo avere accertato che garantiscano l’ accesso a bacini di acque potabili. In Australia, giunta al sesto anno consecutivo di siccità, è nata una vera e propria Borsa dell’ acqua. I broker trattano grosse partite per conto delle municipalità assetate, disposte a pagare qualsiasi somma pur di ottenere per i loro cittadini una parte dei bacini posseduti dalle grandi tenute agricole. La febbre dell’ acqua non risparmierà nessuno. L’ Ocse stima che entro 12 anni la metà della popolazione mondiale vivrà in zone “ad alta tensione per insufficienza di acqua potabile”. In America il prezzo dei terreni rurali può raddoppiare o triplicare se si trovano sopra ricche falde acquifere. «Ci sarà un mercato sempre più vasto – dice Boone Pickens – di gente disposta a pagare caro per avere l’ acqua. E quelli che avranno l’ acqua fisseranno il prezzo. Questo è il business del futuro». Molti consumatori dei paesi ricchi, abituati a considerare l’ acqua come un bene pubblico semigratuito che scorre in abbondanza dai rubinetti, faranno la fine dei texani e degli australiani costretti a pagare i signori degli acquedotti. Gli sceicchi del Golfo possono desalinizzare l’ acqua marina, ma è un procedimento costosissimo in energia (che a loro non manca). In Cina, il più potente regime autoritario della storia sarà l’ arbitro di una contesa per l’ acqua sempre più aspra fra città e campagne. In altre nazioni della terra questo sarà un mercato della sopravvivenza, e il prezzo potrebbe essere deciso con le armi.

di Paul Krugman – La Repubblica 17/06/08

I più entusiasti sostenitori di Barack Obama dicono che portare il candidato democratico alla Casa Bianca significherebbe trasformare l’ America. Con tutto il dovuto rispetto per Obama, è un ragionamento sbagliato. Obama è un oratore straordinario, che ha condotto una campagna brillante, ma se vincerà a novembre sarà perché il Paese si è già trasformato. La nomination di Obama 20 anni fa non sarebbe stata possibile. È possibile oggi perché le divisioni razziali, che da più di quarant’ anni spingono verso destra la politica americana, hanno perso molto del loro mordente. E la derazzializzazione della politica Usa ha implicazioni che vanno molto più in là della possibilità che gli americani stiano per eleggere un presidente afroamericano. Senza le divisioni razziali, il messaggio della destra – che da molto tempo domina la scena politica – perde gran parte della sua efficacia. Prendiamo ad esempio il vecchio cavallo di battaglia della destra, la lotta contro lo Stato interventista. La scorsa settimana, il portavoce economico di John McCain sosteneva che Barack Obama è il vero erede del presidente Bush nel campo della politica di bilancio, perché è un «adepto della recente tradizione bushiana di spendere soldi per qualsiasi cosa». Ora, la verità è che i grandi impulsi scialacquatori dell’ amministrazione Bush si sono limitati in gran parte agli appalti militari. Ma per andare dritti al punto, lo staff elettorale di McCain si illude se pensa che un argomento del genere possa toccare corde sensibili nell’ opinione pubblica. Gli americani, infatti, non hanno mai considerato negativamente lo stato interventista in generale. Anzi, adorano la previdenza sociale e il Medicare (il programma pubblico che garantisce l’ assistenza sanitaria agli anziani, ndt) e sostengono in larga maggioranza il Medicaid (il programma pubblico che garantisce l’ assistenza sanitaria agli indigenti, ndt), il che significa che i tre grandi programmi che recitano la parte del leone nella spesa interna godono di uno schiacciante consenso da parte dell’ opinione pubblica. Se Ronald Reagan e altri esponenti politici sono riusciti, per un certo periodo di tempo, a convincere gli elettori che la spesa pubblica era una brutta cosa, lo hanno fatto dando a intendere che i burocrati si prendevano i soldi guadagnati dai lavoratori col sudore della fronte per darli a voi-sapete-bene-chi: i “giovanotti grandi e grossi” che usano i buoni pasto dell’ assistenza sociale per comprarsi le bistecche, la “regina del welfare” alla guida della sua Cadillac (la welfare queen era una donna di colore accusata di frode all’ assistenza pubblica, protagonista di una serie di spot che contribuirono ad assicurare la vittoria a Ronald Reagan nelle presidenziali del 1980, ndt). Togliete l’ elemento razziale e gli americani non avranno nulla da obbiettare sulla spesa pubblica. Ma perché le divisioni razziali hanno perso così tanto di importanza nella politica americana? Parte del merito è sicuramente da attribuire a Bill Clinton, che ha messo fine al welfare così come lo conoscevamo. Non sto dicendo che chiudere il programma di assistenza per le famiglie con figli a carico (Afdc) sia stato qualcosa di indiscutibilmente positivo: ha creato grandi sofferenze. Ma i bums on welfare, i fannulloni a carico dell’ assistenza pubblica, recitavano nel dibattito politico un ruolo largamente sproporzionato rispetto ai costi effettivi dell’ Afdc, e la riforma del welfare ha permesso di togliere di mezzo quella questione. Un altro fattore molto importante è stata la diminuzione della violenza urbana. Come documenta lo storico Rick Perlstein nel suo nuovo, straordinario libro, Nixonland, la radicale svolta a destra dell’ America cominciò in realtà nel 1966, quando i Democratici subirono una severa sconfitta al Congresso e Ronald Reagan fu eletto governatore della California. La causa di questa svolta a destra, come illustra Perlstein, fu la paura dei disordini urbani da parte della popolazione, e la paura, ad essa associata, che le leggi per rendere più egualitarie le politiche abitative avrebbero permesso a pericolosi individui di colore di trasferirsi nei quartieri bianchi. Law and order diventò lo slogan di politici di destra, Richard Nixon in testa a tutti, che cavalcarono quella paura per arrivare alla Casa Bianca. Ma durante gli anni di Clinton, per ragioni che nessuno è riuscito a comprendere pienamente, l’ ondata di violenza urbana ha fatto marcia indietro, e con essa la capacità dei politici di sfruttare le paure degli americani. È vero che l’ 11 settembre ha ridato slancio al fattore paura: Karl Rove che accusava la sinistra di compiacenza con il terrorismo suonava proprio come Spiro Agnew che accusava la sinistra di compiacenza con i criminali. Ma la credibilità del Partito repubblicano come difensore dell’ America si è dissolta nelle sabbie irachene. Lasciatemi aggiungere un’ altra ipotesi: anche se tutti si fanno beffe del politicamente corretto, io sono del parere che decenni di pressioni sui personaggi pubblici e sui media abbiano contribuito a estromettere dal dibattito politico il razzismo esplicito o marcatamente implicito. Sono convinto per esempio che oggi un politico non la farebbe franca se facesse trasmettere il tristemente noto spot elettorale di Willie Horton del 1988 (all’ epoca Bush padre vinse le elezioni anche grazie a questo spot su un ergastolano in permesso premio resosi responsabile di rapina e stupro, ndt). Sfortunatamente, la campagna contro la misoginia non ha ottenuto lo stesso successo. Tra l’ altro, fu durante il momento d’ oro della generazione del baby boom che il razzismo nudo e crudo diventò inaccettabile. Obama, che ha usato parole sprezzanti nei confronti dello “psicodramma” dei baby boomers, forse dovrebbe riconoscere qualche merito in più alla generazione che realizzò questo cambiamento, combatté per i diritti civili e protesto contro la guerra del Vietnam. Comunque, niente di tutto questo garantisce una vittoria di Obama a novembre. Le divisioni razziali hanno perso molto del loro mordente, ma non tutto: potete star certi che ne sentiremo ancora molte sul reverendo Jeremiah Wright e tutto il resto. Senza contare che, nonostante il cordiale ed eloquente discorso con cui Hillary Clinton ha riconosciuto la vittoria di Obama, alcuni dei suoi sostenitori potrebbero comunque rifiutarsi di sostenere il candidato democratico. Ma se Obama vincerà, questa vittoria sarà il simbolo del grande cambiamento che è già avvenuto in America. La polarizzazione razziale era una forza dominante nella nostra politica, ma ora siamo un Paese diverso, e migliore. (Traduzione di Fabio Galimberti)

L’altra economia

June 19, 2008

Breve riflessione su teorie, scenari, e prospettive per il terzo settore

“La razionalità e l’efficienza sono ciò che ci permette di dedicarci alle cose che veramente ci interessano”

Theodor W. Adorno  

Esiste una economia ufficiale, che sta nel senso comune, che si insegna nelle università. Ed è quella del utilitarismo, della massimizzazione del profitto, del capitale come ragione di tutto. E ne esiste un’altra, molto meno diffusa, decisamente ignota ai più. E’ fatta di piccole ma solide pratiche, di reti prima che di capitali.
Tutto nasce, probabilmente, dallo schiacciante dominio della prima e dalla abilità dei suoi profeti di raccontare che di economia ce ne possa essere una sola, quella appunto egemone, addirittura assunta al titolo di scienza in sé – separata dalla sociologia, dalla antropologia, dalla urbanistica, da tutto ciò che studia le relazioni tra le persone e tra queste e l’ambiente.
Così ci si è illusi – e molti, troppi, continuano a farlo – che l’economia sia riconducibile ad un approccio meccanicistico, abbia le sue regole, possa essere studiata, interpretata e applicata a prescindere dal contesto sociale e ambientale. I danni sono sotto gli occhi di chi li vuol vedere: nonostante uno sviluppo tecnologico senza precedenti, l’ultimo secolo ha portato con sé, insieme al aumento del benessere degli abitanti dei paesi più ricchi, un devastante incremento delle diseguaglianze tra nord e sud del mondo, che ora – complice una crisi irreversibile del attuale modello di sviluppo – si va estendendo anche al interno dei paesi più ricchi. E ha implicato la maggiore dissipazione di risorse naturali mai osservata. Il problema – è evidente – sta tutto nella concezione di una economia, di uno sviluppo, intesi soltanto in modo quantitativo e misurati attraverso i valori monetari di scambio, che inevitabilmente prendono in considerazione esclusivamente i costi interni al processo produttivo (lavoro e capitale) ed escludono da ogni calcolo quelli esterni (risorse naturali, tessuto sociale, relazioni tra territori ecc.).
Il tutto si traduce in una totale assenza di strategie di lungo periodo per questo tipo di economia, abituata a bruciare oggi ciò che potrebbe essere ricchezza domani. E così la necessità di mettere in crisi questo modello esce dalle ristrette discussioni di pochi intellettuali ed entra nell’ agenda dei governi, dei politici, dei cittadini coinvolti in prima persona da processi che sembravano infallibili. E’ qui che l’altra economia può trovare i suoi spazi. Ma che cosa è un’altra economia?
Verso una definizione di altra economia
Ovviamente non basta definire l’oggetto di questo ragionamento per negativo. Una definizione di altra economia va costruita a partire dalle specificità positive, originali, che caratterizzano le pratiche e i valori di partenza di agenti economici attivi nei campi più diversi.
Negli ultimi anni è cresciuta a dismisura – insieme allo stesso fenomeno di cui tratta – la letteratura dedicata alle organizzazioni noprofit, senza scopo di lucro. Ciò è dovuto principalmente ai processi di riassetto dei sistemi di welfare, che hanno via via utilizzato queste organizzazioni per ridurre i costi sostenuti dalla pubblica amministrazione e migliorare (nei casi più fortunati) la qualità dei servizi. Ma in parte ciò è accaduto anche per la diffusione di pratiche e sperimentazioni che partono dalla messa in crisi del modello di impresa capitalistica e ne cercano un altra: solidale, sociale, equa. Si parla così di economia sociale, economia solidale, terzo settore.
Il termine “economia sociale” è utilizzato a partire dal XIX secolo in Francia per indicare le esperienze cooperative e mutualistiche che intervengono tra stato e mercato per soddisfare “bisogni” primari (gli stessi che poi, dal secondo dopoguerra, diventeranno finalmente “diritti” dei cittadini. Secondo molti studiosi si tratta di una formula niente affatto alternativa al modello capitalistico ma che, anzi, in esso trova la sua ragione di essere e i suoi stessi principi di funzionamento. E’ tuttora utilizzata in Francia per identificare il vasto movimento cooperativo e delle banche popolari.
L’economia “solidale” è invece un concetto assai più recente, proposto in modo strutturato all’inizio degli anni ‘90, quando sono ormai molti gli studi che propongono il “terzo settore” come una delle possibili soluzioni alla crisi dei sistemi di welfare e al problema della crescita senza occupazione. Secondo il suo massimo teorico, Jean Louis Laville, l’economia solidale può nascere da un nuovo equilibrio tra intervento pubblico, reti informali e domestiche e imprese cooperative e noprofit. Quella che Laville definisce l’ibridazione del sistema può permettere la rigenerazione del tessuto sociale e il reinserimento, come indicato da Polanyi, della politica e della società all’interno dell’economia.
Ma senza dubbio il termine che più si è affermato è quello di terzo settore (o noprofit). Utilizzato per distinguere tutto ciò che sta tra stato e mercato, dalla filantropia al centro sociale, questa (non) definizione si limita a proporre un gran contenitore di soggetti che – tecnicamente – non devono fare altro che inibire la distribuzione degli utili ai propri soci. E’ evidente che dietro questo unico punto in comune ci saranno organizzazioni molto differenti per finalità, metodologie di intervento, settore di attività. E i tentativi fatti nel tempo di dargli una connotazione positiva (terzo settore ristretto, solidale, democratico, produttore di utilità sociale ecc.) non hanno influito più di tanto sul dibattito e sulla percezione comune.
Ma è comunque all’interno di questi spazi che cresce e si può identificare un’altra economia. Certamente dentro l’ambito di intervento del terzo settore, ma anche a cavallo tra economia sociale e solidale, senza dimenticare il ruolo cruciale di quella informale.
In particolare può essere utile immaginare questa altra economia come una rete, o meglio un insieme di reti, di operatori economici (ma anche politici e culturali) il cui comportamento sia basato su principi originali di funzionamento, solidali, etici, che mettono al centro della azione il bene comune e collettivo. E, proprio concentrandosi sulle reti di economia solidale, Euclides Mance ha scritto: “la rivoluzione delle reti darà il via alla organizzazione di una società post-capitalista che non si confonde con nessun cooperativismo capitalista, né con qualche variante anarchica, né con il socialismo statale, ma assorbe elementi delle più diverse proposte emancipatrici elaborate nella storia degli oppressi e gran parte delle risorse tecnologiche sviluppate dalla attuale società capitalistica, superando così tutti questi modelli e ampliando le libertà pubbliche e private in maniera inedita per la storia dell’umanità”.
Oggi sono già molte le pratiche che si ispirano a questa filosofia. Volendone tracciare un quadro generale e generalizzante si può partire dai valori di fondo che le accomunano:
1. assenza di scopo di lucro: le imprese dell’altra economia sono tendenzialmente noprofit, poco importa se nella forma giuridica o nella prassi. Questo perché, pur garantendo capacità di creazione di nuovi posti di lavoro e qualità produttiva, sono consapevoli della necessità di limitare la distorsione dei comportamenti economici indotta dalla logica del profitto. Tutto il surplus creato viene perciò reinvestito all’interno dell’impresa, per migliorare il ciclo produttivo, le condizioni di lavoro, la qualità dei servizi, ridurre l’impatto ambientale;
2. efficienza: non si tratta di proporre una economia più buona e di cadere così nella beneficenza. Bensì di costruire una attività economicamente vitale che intende essere socialmente utile;
3. trasparenza: ogni operatore dell’altra economia conta di produrre valore sulla base della sua attività reale e non grazie all’occultamento di informazioni, dunque si assume anche l’onere di garantire una massima trasparenza e di adottare tutti gli strumenti utili per consentire ai terzi (consumatori, risparmiatori, fornitori, istituzioni pubbliche ecc.) una valutazione corretta dei beni e servizi offerti;
4. partecipazione: l’operatore dell’altra economia si sente parte di un sistema complesso a cui vuole apportare valore e di cui riconosce il valore. Per questo nella sua attività prevede il coinvolgimento e la partecipazione di tutti coloro che possono averne interesse: lavoratori, cittadini, finanziatori, pubblica amministrazione ecc.;
5. responsabilità sociale ed ambientale: in ogni ambito di attività si privilegia la promozione dello sviluppo umano, attraverso un’attenzione costante alla responsabilità sociale ed ambientale – che devono integrare quella economica, legale, produttiva – della impresa. Simmetricamente, si escludono per principio i rapporti di ogni tipo – economici, finanziari, produttivi – con quelle attività che ostacolano lo sviluppo umano e contribuiscono a violare i diritti fondamentali della persona, come la produzione e il commercio di armi, le produzioni gravemente lesive della salute e dell’ambiente, le attività che si fondano sullo sfruttamento dei minori o sulla repressione delle libertà civili;
6. una adesione globale e coerente delle attività: ciò significa applicare in ogni ambito di azione economica (interna ed esterna) questi principi, che quindi devono impattare anche sulla organizzazione interna, sulle gerarchie aziendali, sulla forbice dei redditi tra i lavoratori e i dirigenti, su tutti i rapporti che l’impresa costruisce nel tempo.
Dal punto di vista delle pratiche e delle sperimentazioni ormai consolidate, questi principi trovano riscontro in alcuni filoni di attività che si possono ormai identificare chiaramente. A partire dall’ esperienza del movimento cooperativo e del mutualismo operaio degli inizi del Novecento, infatti, almeno parte dei principi proposti hanno trovato concretezza nelle esperienze di migliaia di imprese, cooperative, forme auto-organizzate di protezione sociale, consumo, risparmio. Nel corso dei decenni e in particolare negli ultimi 20-30 anni tali iniziative hanno subito profondi e radicali cambiamenti, tra cui forse il più rilevante è l’adozione di cause rappresentative di interessi esterni ai soggetti che le animano. E’ scomparso cioè l’elemento mutualistico e corporativo (nel senso migliore del termine) e si sono introdotte nel azione forme di advocacy e di tutela dei diritti di categorie deboli non in grado di far sentire la propria voce. Così, ad esempio, i consumatori occidentali si impegnano per i coltivatori del sud del mondo con le pratiche del commercio equo e solidale e gli ambientalisti – attraverso la tutela delle risorse naturali – per i diritti delle generazioni future. Citando ancora Mance: “il consumo solidale si basa sulla consapevolezza che il consumo è l’obiettivo finale di tutto il processo produttivo e che, nel consumare, contribuiamo a preservare o a distruggere gli ecosistemi, a salvaguardare posti di lavoro o a determinare i livelli di disoccupazione nel nostro paese o nella nostra città; contribuiamo a mantenere lo sfruttamento dei lavoratori in una società capitalista ingiusta o collaboriamo ad eliminarlo in ogni sua forma e a costruire una nuova società collaborativa e solidale”.
Imprese etiche?
Ma è poi vero che per costruire un’altra economia occorre rinunciare al profitto? Cosa possono fare le imprese capitalistiche in proposito? Si arriva così al rapporto tra etica ed economia, un filone di studio e indagine che negli ultimi dieci anni è particolarmente cresciuto. In Italia e nel resto d’Europa ci si è avvicinati a un tema già molto in voga nei paesi anglosassoni, seppur con approcci spesso anche radicalmente diversi. Ma oltre ad un’attività di tipo teorico e scientifico si è osservata anche, e forse in modo ancora più significativo (è il caso dell’Italia), una emersione di nuove pratiche, esperienze e discussioni che cadono a vario titolo sotto la duplice categoria del “rapporto tra economia ed etica” e della “responsabilità sociale delle imprese”. Anche le istituzioni hanno dato rilievo al tema. Dalle Nazioni Unite alla Commissione Europea sono numerosi i documenti in cui si chiede alle imprese di “eticizzare” i propri comportamenti.
All’interno delle prassi e degli approcci più consolidati sul tema della responsabilità sociale delle imprese e di una maggiore eticità del sistema economico non è difficile cogliere quale sia la principale matrice culturale di riferimento. Si tratta di quella anglosassone, legata ad una miscela di tradizioni, culture e religioni (tra cui quella etica protestante che Weber ha indicato essere essenziale allo sviluppo del capitalismo), che sembrano soprattutto preoccuparsi di riconoscere i limiti dell’economia capitalistica e la necessità di porre dei freni, delle moderazioni, agli animal spirits del mercato. Un approccio, questo, molto meno presente in Europa, dove gli stati nazionali hanno costruito nell’ultimo secolo modelli di società basate sui diritti soggettivi dei cittadini piuttosto che su un approccio filantropico. E le esperienze di “imprese etiche” più significative del vecchio continente, riconducibili al movimento cooperativo, sono nate come reazione alle contraddizioni capitale-lavoro.
In generale, comunque, si stanno delineando due fronti per il dibattito sull’eticità dell’economia: quello delle imprese, in cui l’eticità è vista come nuova variabile concorrenziale e quello dei cittadini, sempre più attenti alle conseguenze sociali e ambientali delle azioni economiche, che stanno sviluppando una vera e propria domanda di etica.
La concorrenza etica. Codici di condotta e altri strumenti
Di fronte ai danni ambientali, alle produzioni considerate immorali (armi, tabacco, alcool) e a comportamenti contrari ai diritti umani fondamentali (come il lavoro minorile) vi sono movimenti di cittadini che nel tempo hanno maturato capacità di pressione, di sensibilizzazione dell’opinione pubblica con il fine di ottenere maggiore trasparenza e attenzione a queste tematiche da parte delle imprese. Da queste spinte dal basso e dalle esperienze concrete che si sono consolidate è derivato lo sviluppo nel tempo di quelli che sono oggi gli strumenti più diffusi tra le imprese che decidano di tenere conto del impatto sociale e ambientale della propria attività. Tra questi: i codici di condotta, il bilancio sociale, i marchi di qualità sociale, gli investimenti socialmente responsabili.
I codici di condotta sono adottati dalle imprese e resi pubblici per esplicitare quali sono i valori di riferimento che guidano le prassi aziendali. Va detto, però, che in questi codici è difficile trovare impegni concreti e spesso anche i principi espressi sono vaghi e ben inferiori, da un punto di vista qualitativo, rispetto ai pur generici standard previsti dalle organizzazioni internazionali (in particolare quelli della OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro). Inoltre, da questi codici sono sempre assenti, tranne rarissime eccezioni, i meccanismi di attuazione e di imposizione delle norme, dunque le forme di controllo.
Solitamente ai codici di condotta (o codici etici) viene affiancato il bilancio sociale, una rappresentazione del impatto ambientale e sociale dell’attività dell’impresa. Strumento sempre più diffuso di marketing e comunicazione avanzata per la promozione dell’immagine aziendale, il bilancio sociale ha progressivamente perso la sua natura di strumento di governance, cioè di controllo interno rispetto alla efficacia sociale dell’attività dell’impresa (perché ad adottarlo inizialmente erano le imprese sociali, cooperative o comunque noprofit), per lasciare lo spazio soltanto a forme di racconto di quanto di “buono” si è fatto ad opera di multinazionali e grandi imprese, scadendo spesso in una elencazione di donazioni, sponsorizzazioni o più in generale buone azioni la cui analisi è del tutto svincolata dal ciclo operativo della produzione aziendale.
I marchi di qualità sociale sono in un certo senso lo specchio dei codici di condotta sui prodotti. Riproducono infatti sulle etichette delle confezioni alcune sintetiche descrizioni su come quel prodotto è stato (o più comunemente, come non è stato) ottenuto.
Ben più complessa e ambiziosa è la sfida degli investimenti socialmente responsabili. L’idea di base è quella di usare il risparmio azionario come strumento di condizionamento delle imprese, che di capitale azionario hanno costante bisogno. Dunque analizzare i comportamenti delle imprese, i loro bilanci, la documentazione, e classificarle in funzione di un grado di eticità, una scala di qualità del comportamento secondo cui alcune verranno giudicate degne di risparmio e altre no. Gli strumenti finanziari più utilizzati in questo ambito sono i fondi d’investimento, i fondi pensione e le SICAV, gestiti anche con l’utilizzo di criteri ambientali e sociali per la selezione delle imprese sulle quali investire.
Negli USA, il mercato dei prodotti finanziari responsabili ha raggiunto nel 1999 un valore di circa 2200 miliardi di dollari, la cui componente più importante è rappresentata dalle disponibilità gestite da operatori istituzionali che fanno ricorso al esercizio del diritto di voto nelle assemblee degli azionisti. La situazione in Europa è assai differenziata e comunque appare ancora in evoluzione se confrontata con un mercato consolidato come quello statunitense. Nel 2002 erano circa 300 i fondi che in Europa facevano riferimento a criteri ambientali e sociali.
A indicare che il legame tra finanza e comportamento delle imprese è sempre più in voga, soprattutto negli Stati uniti, è il successo del Dow Jones Sustainability World Index (DJSWI), fratello minore del famoso indice di borsa. Si tratta di un indice che raccoglie soltanto quei titoli che, presenti nel Dow Jones tradizionale, hanno ottenuto i punteggi più alti in termini di sostenibilità. Questa ultima è definita attraverso una complessa griglia di indicatori che si basano sui dati relativi a tre dimensioni:
- economica: occupati, settori di attività, governance e consiglio di amministrazione, grado di trasparenza verso gli investitori, strategie e programmazione, tecniche di gestione del rischio, codici di condotta, relazioni con i clienti e con i fornitori, politiche anti-corruzione;
- ambientale: presenza e tipo di politiche ambientali, indicatori di consumo ed emissioni, pubblicazione dei propri risultati ambientali, gestione avanzata delle questioni ambientali, certificazioni adottate;
- sociale: attenzione ai diritti delle minoranze, dei minori, sindacali, politica e gestione delle risorse umane, formazione, soddisfazione dei lavoratori, grado di partecipazione dei lavoratori alla proprietà azionaria, trasparenza e informazione verso l’esterno.
A ciascuna voce viene attribuito un valore e una diversa ponderazione fino ad ottenere un unico indicatore in grado di sintetizzare il grado di sostenibilità dell’impresa.
Lascia fortemente perplessi il fatto che non si tengano in alcun conto aspetti fondamentali quali gli intrecci azionari (cosa fanno e come si comportano le società partecipate o controllate non è dato sapere), le condizioni dei lavoratori (si rimanda tutto alle legislazioni nazionali, spesso deboli), l’equità interna (la forbice delle retribuzione tra livelli massimi e minimi della gerarchia aziendale), la creazione e distribuzione di valore per gli azionisti, i lavoratori, la comunità. Di fatto, dunque, il DJSWI, sintetizza la performance delle migliori imprese, quelle più legate all’economia reale (ma neanche troppo), rispetto a quelle mordi e fuggi. Un risultato se si vuole inutile, già decretato dal andamento di lungo termine dei mercati, e più interessante ai fini di una valutazione dei fondamentali di una società che non per un suo inquadramento etico.
Altro strumento che segue l’approccio culturale anglosassone è quello della certificazione sociale. Si tratta dell’ancora poco diffuso SA 8000, standard internazionale di certificazione “sociale”, il cui obiettivo è proprio verificare la rispondenza dei comportamenti e dei bilanci delle imprese alle stesse (troppo spesso vaghe) regole elaborate dal ONU o dalle sue agenzie. Il rischio oggi è che allo slogan “essere efficienti non basta” o “essere etici conviene” non si accompagni una adeguata politica di revisione di valori, cultura e procedure aziendali.
La domanda etica dei cittadini
In una recente ricerca sul tema dell’etica è emerso che il 58% dei cittadini europei (64% in Italia) ritiene che il mondo economico non dedichi sufficiente attenzione alla responsabilità sociale. Tra questi cittadini il 25% (20% in Italia) considera molto importante nella scelta dei propri acquisti l’impegno e la responsabilità sociale dell’azienda produttrice e il 44% (16% in Italia) è disposto a riconoscere un valore maggiore a questi prodotti, accettando un prezzo più alto.
Esiste, dunque, una vera e propria domanda di etica, che inevitabilmente genera il suo mercato e crea i suoi strumenti. Il marketing sociale anche in Italia si sta affermando come una delle metodologie più innovative per la comunicazione del marchio e l’intercettazione di nuovi consumatori: secondo l’UPA (Utenti Pubblicità Associati), il 75% delle aziende italiane ha realizzato una operazione di marketing sociale negli ultimi due anni.
La questione da porsi, passando da un’ottica micro ad una macro, è quale può essere l’effetto complessivo di questa domanda, quali le prospettive e quali le insidie. Secondo il Censis “va sviluppandosi una rete diffusa, molecolare, per linee orizzontali di responsabilità sociale che investe l’insieme dei comportamenti di consumo e di risparmio e che, nei fatti, determina un controllo dal basso rispetto dalla allocazione delle risorse ed alle scelte più generali”. Questa interpretazione riprende quelli che sono i principi ispiratori dei movimenti legati al consumo critico, al commercio equo e solidale, alla finanza etica: imporre con le proprie scelte di consumatori e risparmiatori dei nuovi valori al mondo delle imprese e condizionarne i comportamenti.
Ma è questo ciò che realmente sta accadendo? O non si rischia forse, al di là di alcune nicchie più radicali, soltanto di generare una nuova categoria di consumi, di servizi, di prodotti? Qual è il legame reale tra i bisogni che vengono osservati e la domanda di etica che ne deriva? In sostanza, la critica della dimensione economica e utilitaristica che è alla base di tutti questi movimenti è in grado di crescere e superare la componente esperenziale o si limiterà alla sfera soggettiva delle scelte individuali, di un altro modo di rappresentare l’alienazione generata dal modello capitalista?

La sfida per il terzo settore
In questo contesto, stretta tra la “concorrenza etica” delle grandi imprese, i “precetti etici” delle istituzioni e la “domanda etica” dei cittadini, l’organizzazione noprofit deve muoversi con consapevolezza e lucida capacità di guardare avanti.
La sua stessa natura la spinge ad un ruolo sempre innovativo e di trasformazione delle prassi sociali ed economiche. Solo in questo modo può garantirsi l’identità di organizzazione che combina valori e tecniche e solo in questo modo può arginare la forza assorbente delle prassi dell’economia capitalistica.
Il tema della valutazione sociale e ambientale dei progetti – e più in generale dell’attività – è in questo senso emblematico. Sono state infatti proprio le imprese cooperative italiane, soprattutto quelle legate al mondo della cooperazione sociale, a costruire le prime forme di bilancio sociale. E lo hanno fatto esclusivamente per un fine interno, di controllo e gestione dei processi e di misurazione dei risultati. Un’attività finalizzata a fornire elementi rigorosi per le discussioni dei consigli di amministrazione e per le assemblee dei soci, nella prospettiva di una ricerca costante di etica e razionalità gestionale.
Poi è arrivato il marketing, la necessità di comunicare, l’espansione dimensionale che implica uno sforzo maggiore tanto nella gestione economica quanto in quella associativa. Questi elementi, combinati con le tre variabili di cui sopra – la concorrenza etica delle grandi imprese, i precetti etici delle istituzioni, la domanda etica dei cittadini -, che si alimentano a vicenda, rischiano di spostare progressivamente e inesorabilmente i comportamenti della noprofit verso una strategia sempre più tesa alla comunicazione e sempre meno di governance interna.
E il problema non diventa più soltanto di tipo etico, legato al giudizio di valore che si può dare ad una organizzazione che progressivamente perde una delle sue caratteristiche peculiari, ma anche tecnico, di efficienza ed efficacia gestionale: l’impresa di terzo settore che non compia sistematicamente uno sforzo di verifica, misurazione e valutazione dei risultati sociali della propria attività – in un processo partecipato e condiviso con i principali portatori di interesse – è un’impresa destinata a finire presto il proprio ciclo di vita, senza però riuscire ad evitare di girare a vuoto per un po’ di tempo. Ecco così che la gestione appropriata dei volontari, il successo della raccolta fondi, delle buone relazioni con il personale, la capacità di intercettare finanziamenti e di convincere gli investitori sono tutti risultati che dipendono dalla tenuta del doppio binario della “mission sociale” e del “management aziendale”.
E le tentazioni di importare modelli preconfezionati, in cui qualcuno viene dall’esterno per apporre il suo bollino di eticità – come avviene nel caso del SA 8000 – sembra già sintomo della perdita di quella spinta etica che dovrebbe sempre caratterizzare l’azione di queste organizzazioni.
A complicare il quadro viene la necessità di non chiudere l’impresa noprofit in una sorta di gabbia dorata (o presunta tale) nel timore di contaminazioni con l’esterno. Perché solo con un continuo aggiornamento delle tecniche e grazie ad un costante scambio di informazioni la strada del confronto e dell’analisi rispetto all’impatto sociale e ambientale dell’attività economica può portare a risultati significativi.E’ su questa falsariga che si deve muovere l’organizzazione noprofit.
Se la natura del terzo settore è quella di avviare processi di cambiamento – tali da garantire maggiore giustizia ed equità – le sue pratiche interne non possono allontanarsi più di tanto da una costante ricerca di radicalità, intesa come mantenimento forte della propria identità, di trasparenza, intesa come chiave di informazione chiara ed efficace, e di partecipazione, vissuta come modalità continua di confronto e aggiornamento sull’attività e sui fini dell’organizzazione.
Solo così si costruirà quella altra economia che è certo possibile.

Repubblica — 16 giugno 2008   Luciano Gallino

Fu nell’ estate del 1957, salvo errore, che la Olivetti introdusse per tutti i dipendenti, prima in Italia, il sabato interamente festivo. Dal tardo pomeriggio del venerdì al lunedì mattina, niente lavoro. L’ orario di fatto scendeva così a 40 ore la settimana, a parità di salario. Il week-end di due giorni pieni diventava accessibile anche a operai e impiegati. Entro pochi mesi la maggior parte delle aziende italiane seguiva la strada della Olivetti. Da molti fu giudicato, l’ orario ridotto a cinque giorni di otto ore, un netto progresso sociale. Queste stesse parole sono state usate dal commissario europeo agli Affari sociali, Vladimir Spidla, per salutare l’ accordo raggiunto giorni fa dai ministri del Lavoro Ue allo scopo di consentire ai paesi membri di prolungare l’ orario di lavoro a 60 ore la settimana, che possono diventare 65 poiché le ore di guardia di personale come i pompieri, gli infermieri o i medici sono da considerare un tempo inattivo. Quindi non vanno calcolate nel normale orario di lavoro. Nessuno, naturalmente, parla di obbligare i dipendenti a lavorare 20-25 ore la settimana in più. L’ orario viene allungato soltanto se il lavoratore dà il suo consenso mediante l’ opzione della “non partecipazione” alla clausola che limita l’ orario normale a 48 ore. Con un dettaglio. La durata del lavoro settimanale può essere portata perfino al di là delle 60 ore ove ciò sia previsto in una convenzione collettiva, un accordo tra parti sociali o la legislazione nazionale. In tali casi il singolo lavoratore deve adeguarsi. Di fatto una direttiva Ue tuttora in vigore prevede che gli orari di lavoro possono estendersi a 13 ore al giorno per non più di 6 giorni, il che significa in realtà che il limite ultimo è fissato a 78 ore la settimana. Il citato commissario lo ha ricordato. E’ forse per questo motivo che ha parlato di “progresso sociale”: invece di arrivare a 78 ore, ci si ferma a 60 o al massimo a 65. Appena il 50% in più, anziché il doppio, rispetto agli orari di lavoro oggi considerati normali. L’ accordo dei ministri europei sul prolungamento degli orari di lavoro dovrà ora essere approvato dal Parlamento di Strasburgo. Non è sicuro che ciò avvenga, poiché in varie occasioni questo si è dimostrato, in tema di affari sociali, più avanzato sia della Commissione europea che del Consiglio dei ministri del lavoro. Anche se non si deve sottovalutare la formidabile attività di lobbying che sulla Commissione e sul Parlamento da anni esercita l’ Unione delle industrie dei paesi della comunità europea. Comunque vada ci vorranno parecchi mesi per una decisione finale. Per altro, se anche il Parlamento di Strasburgo dovesse approvare il prolungamento degli orari a 60-65 ore, alcune cose sono fin da adesso quasi certe. Anzitutto è molto probabile che il governo attuale provvederebbe a inserirlo rapidamente in una legge sul mercato del lavoro. In secondo luogo, anche se non arrivasse una legge, molti lavoratori sceglierebbero la via della “non partecipazione” alla clausola che limita a 48 il massimo delle ore settimanali, perché con 1.200 euro al mese lavorare di più serve, quali che siano le conseguenze su di sé o sulla famiglia. Infine bisognerà cambiare la definizione di “progresso sociale”. Definire così un salto all’ indietro delle condizioni di lavoro verso quelle che in Europa esistevano un secolo e mezzo fa, ovvero verso quelle che oggi si osservano in India, Cina o Messico, richiede contorsioni linguistiche e concettuali che per ora i dizionari non ammettono. Ma la neo-lingua dell’ economia deregolata troverà sicuramente una definizione che salvi le apparenze, negando la sostanza. – Luciano Gallino

Le ragioni del declino

June 18, 2008

C’ è una lettura che vorremmo consigliare ai rappresentanti di sindacati e Confindustria che mercoledì torneranno a mettersi attorno ad un tavolo per rivedere il modo con cui si determinano i salari per i lavoratori dipendenti del settore privato in Italia. E’ un libretto appena pubblicato dall’ Ocse che raccoglie diversi indicatori di produttività (lo si può scaricare dal sito www.oecd.org). Mostra impietosamente che il nostro paese è quello in cui la produttività del lavoro, comunque misurata, è cresciuta di meno dal 2001 in poi.Di qui il declino relativo dell’ Italia, la discesa del nostro reddito per abitante al di sotto della media non solo dell’ Unione Europea a 15, ma anche dell’ Unione Europea a 19 (che include anche Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria).
Ma c’ è anche un altro fatto importante messo in luce da questa pubblicazione: nel nostro paese ci sono grandissime differenze nei livelli di efficienza delle imprese all’ interno dello stesso settore. Le grandi imprese (quelle con più di 250 addetti) hanno una produttività del lavoro tre volte più alta delle imprese con meno di 10 addetti. Anche altrove le imprese più grandi sono più efficienti, ma il divario è più contenuto: in Francia, Germania e Regno Unito, ad esempio, il rapporto è di uno a due. Questi fatti spiegano due cose allo stesso tempo. Primo, perché tutti si lamentano: i lavoratori perché i salari sono troppo bassi e i datori di lavoro perché i costi del lavoro per prodotto sono troppo alti. Hanno ragione entrambi: se la produttività del lavoro non cresce, non c’ è trippa per gatti. Secondo, spiegano perché si faccia così fatica a chiudere i contratti nazionali, col risultato che più del 50 per cento dei lavoratori dipendenti oggi ha il proprio contratto scaduto (dati Istat). Il punto è che è molto difficile accordarsi su di un incremento salariale che vada bene per tutti quando le condizioni di efficienza sono così diverse da impresa a impresa, anche all’ interno dello stesso settore. Di qui la grande importanza che riveste la riforma degli assetti contrattuali su cui si sta faticosamente cercando un accordo. Si tratta di dare più peso alla contrattazione collettiva azienda per azienda o, quantomeno, permettere che la contrattazione nazionale non imponga a tutte le imprese gli stessi incrementi salariali, che sarebbero inevitabilmente “troppo bassi” in alcune aziende e “troppo alti” in altre. Oltre a permettere di chiudere i contratti per tempo salvaguardando il potere d’ acquisto dei salari, questa riforma servirà anche a far crescere la produttività del lavoro e, con essa, salari e reddito pro capite. Fino al 50 per cento degli incrementi della produttività nei paesi Ocse si spiega con spostamenti di lavoratori, attratti da salari più alti, da imprese meno efficienti a imprese più efficienti. Più grandi i divari di produttività, più grandi gli incrementi di efficienza che questo spostamento può conseguire. Ad esempio, un lavoratore che in Italia si sposta da una tipica impresa con meno di 10 addetti a una tipica azienda con più di 250 addetti diventa tre volte più efficiente. Inoltre, la produttività del lavoro aumenta quando si stabilisce, con regole chiare e condivise, un rapporto esplicito fra salario e rendimento. Ce lo dicono centinaia di esperimenti aziendali: i lavoratori che hanno una paga fissa, indipendente dai risultati raggiunti, sono meno produttivi dei lavoratori nella stessa impresa e con le stesse qualifiche che hanno una paga in parte legata al rendimento. Come rimarcava venerdì su queste colonne Luigi Spaventa, la produttività del lavoro dipende anche dagli investimenti delle imprese in macchinari. Ma l’ andamento deludente della produttività in Italia non è dovuto a un basso rapporto capitale-lavoro. Ce lo conferma lo stesso studio dell’ Ocse: il contributo offerto alla crescita della produttività in Italia dal cosiddetto “capital deepening” (aumento del rapporto capitale-lavoro) è stato più alto che in Francia e Germania. E, in ogni caso, non si vede perché non si debba comunque cominciare dal meglio utilizzare e remunerare le nostre risorse umane. Abbassando i costi per unità prodotta arriveranno anche più capitali, soprattutto nel Mezzogiorno. La riforma della contrattazione servirà anche a rendere meno drammatico il problema del precariato, che comporta oggi non solo instabilità dell’ impiego, ma anche salari bassi. Spero di non dover più ascoltare un grande manager proclamarsi “il più precario di tutti in azienda” quando in un mese guadagna quanto un lavoratore con contratto temporaneo nel corso della sua intera vita lavorativa. Oggi i salari in Italia, complice una contrattazione svolta lontano da dove si produce, finiscono per premiare chi ha lunghe carriere aziendali. Chi cambia lavoro spesso, in queste condizioni, è doppiamente penalizzato. Legando il salario alla produttività ci potrà invece essere una compensazione alla maggiore mobilità cui siamo inevitabilmente destinati, almeno a giudicare da quanto avviene anche in altri paesi. Chi cambia e trova un impiego più adatto alle sue competenze, potrà essere pagato di più di prima mentre oggi, quasi sempre, il passaggio da un lavoro all’ altro comporta una perdita di reddito e potere d’ acquisto. Bene allora che le parti lavorino bene e in silenzio. Sappiano che ci si aspetta molto da loro. E che non potranno dare la colpa alla politica di un loro fallimento. E’ una materia che spetta a loro, soltanto a loro, regolare.

La coperta troppo corta

June 16, 2008

di Giovanni Sartori – Corriere della Sera 16/06/2008

La grande carnevalata della Fao si è chiusa il 6 giugno (dopo avere intasato Roma per tre giorni) con la risibile e irresponsabile promessa di vincere la fame nel mondo entro il 2050. Speriamo che prima venga chiusa la Fao. Perché i discorsi seri si fanno altrove: tra poco, il 16 e 17 giugno, al convegno indetto dalla fondazione Aurelio Peccei per celebrare il 40˚anniversario del Club di Roma. Siccome risulta che moltissimi italiani non sanno nemmeno che cosa festeggiano il 2 Giugno, ricorderò che Peccei fu il primo «profeta » della impossibilità di una crescita illimitata del pianeta Terra, così come due secoli fa il bravo abate Malthus fu il primo a intravedere la «bomba demografica ». Oggi Malthus viene molto irriso da chi non lo ha letto. Eppure in principio aveva ragione. Calcolò che mentre la popolazione poteva crescere in progressione geometrica (1, 2, 4, 8), la produzione agricola può solo crescere in progressione aritmetica (1, 2, 3, 4). Ma Malthus non riteneva che questa crescita geometrica della popolazione sarebbe mai avvenuta: lo impediva, appunto, la fame. D’altra parte il suo Saggio sul principio di popolazione usciva nel 1798, prima della rivoluzione industriale. Ed è l’agricoltura meccanizzata, che Malthus non poteva prevedere, che ha rinviato di due secoli la resa dei conti. Ma ora ci siamo.

La preoccupazione di Peccei e del Club di Roma fu diversa: segnalava l’imminente venir meno delle risorse naturali, e segnatamente del petrolio. Si capisce, consumiamo troppo perché siamo in troppi. Ma nel 1972, quando uscì il primo rapporto, I limiti dello sviluppo, la popolazione mondiale era di 3 miliardi e 850 milioni. Vi rendete conto? In meno di quaranta anni si è quasi raddoppiata. Così oggi la preoccupazione primaria diventa quella del riscaldamento della Terra e dell’impazzimento del clima. Riscaldamento perché? Anche se è vero che la Terra ha sempre avuto cicli di glaciazione seguiti da riscaldamenti, una stragrande maggioranza di esperti ritiene che nessun ciclo astronomico possa spiegare la velocità, intensità e frequenza delle nostre variazioni climatiche; e dunque ritiene che il disastro ecologico che ci aspetta sia causato dall’uomo e dal sovraffollamento del nostro pianeta. Non occorre una intelligenza straordinaria per capire che tutti i suddetti fattori — popolazione, esaurimento delle materie prime (e dell’acqua), sconquasso del clima — afferiscono al problema della fame. Ma gli intelligentoni delle Nazioni Unite, della Fao, e anche dei media, preferiscono scoprire, invece, che la colpa è dei biocarburanti che tolgono terreno alla agricoltura alimentare. Ma se senza mangiare si muore, anche senza petrolio si muore. L’agricoltura è meccanizzata, e cioè va a nafta; e così i pescherecci e le navi che trasportano il cibo. Alla fin fine nel nostro mondo tutto richiede energia largamente generata dal petrolio. Scrivevo poco fa che oramai viviamo su una coperta troppo corta che se tirata da una parte lascia scoperta un’altra parte. Con questo giochino non si risolve nulla e si aggravano i problemi.