Alitalia, le insidie di un percorso
August 27, 2008
di Francesco Giavazzi – Corriere della Sera, 27 agosto 2008
Ci sono quattro buoni motiviper cui il piano per Alitalia predisposto da Banca Intesa desta dubbi e perplessità, inducendo, pare, anche qualche membro del governo a suggerire che venga riconsiderata l’offerta di Air France sdegnosamente rifiutata quattro mesi fa. 1) Il piano rischia di costare ai contribuenti oltre un miliardo di euro, un terzo dei tagli alla scuola previsti dalla Finanziaria; 2) Gli imprenditori che dovrebbero acquisire il controllo della Nuova Alitalia corrono rischi seri: sono stati a lungo minimizzati, ma venuti al dunque non è più possibile nasconderli. Vogliamo davvero rischiare di trasferire su alcune nostre imprese, oltre che sui contribuenti, il costo del disastro di Alitalia? 3) Il piano verrebbe immediatamente impugnato dalla Ue e da quel contenzioso temo usciremmo perdenti; 4) Il piano richiede che vengano sospese le regole anti-trust, creando un precedente pericoloso per la politica della concorrenza.
La Nuova Alitalia che è nata ieri sarà un’azienda senza debiti e con molti dipendenti in meno. Gli imprenditori privati che ne sono i nuovi azionisti apportando un miliardo di euro di capitale fresco apparentemente non corrono rischi: non ereditano debiti né dipendenti in eccesso, e soprattutto hanno la quasi certezza — questa infatti è la condizione necessaria, che essi hanno giustamente preteso—di rivendere fra un anno o poco più l’azienda a Lufthansa o a un’altra compagnia internazionale, recuperando così il miliardo speso oggi, magari con qualche profitto. Quest’operazione così ben congeniata nasconde però un’insidia a mio parere non valutata in modo adeguato dai nuovi azionisti. La Nuova Alitalia acquisterà aerei, slot e altri contratti dalla vecchia azienda della Magliana che domani il Consiglio dei ministri porrà in liquidazione. I prezzi ai quali la Nuova Alitalia acquisterà queste attività determineranno se la Vecchia Alitalia sarà in condizione di far fronte ai debiti che le rimarranno. Ad esempio, due anni fa gli aerei valevano 2,2 miliardi di euro: se i nuovi azionisti accettassero di acquistarli a quel prezzo, la Vecchia Alitalia potrebbe agevolmente pagare i propri debiti e poi chiudere.
Ma dubito che i nuovi azionisti siano disposti a pagare tanto: gli aerei sono vecchi e più sale il prezzo del petrolio meno valgono. Le valutazioni internazionali suggeriscono oggi ragionevolmente un miliardo. Se così fosse la Vecchia Alitalia non avrebbe fondi sufficienti per pagare i propri debiti. I nuovi azionisti hanno richiesto una norma che li protegga dal rischio di revocatorie da parte dei creditori della Vecchia Alitalia, prova del fatto che non sono disposti a pagare molto. Che cosa accadrebbe se la Vecchia Alitalia non fosse in grado di far fronte ai propri debiti verso fornitori, banche e investitori che detengono obbligazioni della società? Una possibilità è non pagare. Due mesi fa, quando fu convertito in legge il decreto (DL 23.4.2008, n. 80) che evitò il fallimento concedendo ad Alitalia un prestito ponte di 300 milioni, il governo disse in Parlamento: «Con la presente norma si tende a salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia… escludendo in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali ».
Quindi i creditori di Alitalia hanno diritto ad essere rimborsati in quanto sono protetti da una legge che escludeva esplicitamente la liquidazione o anche solo lo scorporo della società— che invece avviene oggi prima della decorrenza di dodici mesi dall’approvazione del decreto. Che lo Stato debba pagare i debiti della Vecchia Alitalia è quindi certo. Nel momento stesso in cui paga, il governo viola le norme europee sugli aiuti di Stato. Consentire la sopravvivenza di un’azienda decotta trasferendone i debiti allo Stato è un classico caso di aiuto. Una condanna di Bruxelles obbligherebbe la Nuova Alitalia a rimborsare l’aiuto impropriamente ricevuto, cioè ad accollarsi quei debiti (questo è esattamente ciò che avvenne vent’anni fa quando Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat senza debiti —di cui si fece carico l’Iri, cioè lo Stato. Dopo la condanna di Bruxelles quei debiti tornarono in capo alla Fiat). Sono consci i nuovi azionisti del rischio in cui incorrono e dal quale evidentemente lo Stato non li può manlevare? Ma non basta. Il decreto legge n. 80 prevede: «La somma erogata ad Alitalia è rimborsata il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze». Questo comma fu inserito nel decreto proprio per evitare che il prestito ponte fosse considerato un aiuto.
Il governo ha poi trasformato il prestito in capitale, ma con una formula ambigua che ne consente la restituzione all’azionista qualora Bruxelles lo richieda. Quindi se la Vecchia Alitalia non avrà fondi sufficienti, sarebbe la Nuova Alitalia a dover rimborsare allo Stato i 300 milioni del prestito (che in cassa non ci sono più perché sono serviti a coprire le perdite dei primi mesi dell’anno). Altrimenti la controversia con Bruxelles si aggraverebbe ulteriormente. Vi è poi il problema Air One. I nuovi azionisti non vogliono la fusione fra Nuova Alitalia e Air One perché questa porterebbe nella Nuova Alitalia debiti e dipendenti di Air One. Essi vogliono semplicemente acquistare da Air One gli aerei, tutti gli slot (grazie a una sospensione delle regole anti-trust) e i contratti stipulati per la consegna di nuovi velivoli. Air One rimarrà quindi una scatola vuota, ma con molti dipendenti e 450 milioni circa di debiti: basterà la vendita di slot e aerei a far fronte ai debiti e al costo degli esuberi? Quanti debiti di Air One finiranno essi pure a carico dello Stato? Anche qui c’è un problema europeo: nel 2004, quando lo Stato rifinanziò Alitalia, Bruxelles acconsentì a patto che i nuovi fondi non fossero usati per allargare la quota di mercato: esattamente quello che oggi Alitalia fa acquisendo le attività di Air One. L’offerta di Air France non apriva problemi con Bruxelles e non costava nulla, tranne le indennità per un numero di esuberi comunque inferiore: anzi portava qualche spicciolo nelle casse dello Stato perché i francesi avrebbero pagato, seppur poco, le azioni di Alitalia.
Gli errori della manovra
August 10, 2008
di Tito Boeri – LaRepubblica 09 agosto 2008
Stagflazione significa diminuzione della ricchezza prodotta da un Paese, e forte crescita dei prezzi. Il nostro paese oggi è a rischio di stagflazione. Ce lo dicono le stime del pil nel secondo trimestre del 2008 diramate ieri dall’ Istat (-0,3 % rispetto al primo trimestre): un altro trimestre così e saremo ufficialmente in recessione. Le indagini Confindustria prevedono un calo degli ordini, vale a dire della produzione futura. L’ inflazione continua ad aumentare: nei dati provvisori di luglio ha superato la soglia del 4 per cento. La stagflazione è un rischio che bisogna scongiurare in tutti i modi soprattutto in Italia, un Paese che proviene da 15 anni di bassa crescita e dove non c’ è un paracadute, una rete di protezione sociale che tuteli chi perde il posto di lavoro e cade in condizioni di povertà estrema.Quando c’ è stagflazione si paga il conto due volte: primo la recessione ci rende mediamente più poveri; secondo le politiche che devono ridurre l’ inflazione impongono una cura da cavallo all’ economia, fiaccandola ulteriormente. Per evitare la stagflazione si può sostenere la domanda e l’ offerta, cercando al contempo di raffreddare la dinamica dei prezzi. Il nuovo Governo ha avuto l’ eccellente idea di anticipare all’ estate le principali scelte di politica economica. Serviva per affrontare in tempo l’ emergenza. Non si poteva aspettare, come di consueto, la scadenza naturale di fine anno. Ma la manovra varata dal Parlamento martedì scorso non tiene affatto conto del peggioramento della nostra economia. Toglie agli italiani ogni speranza di una futura riduzione della pressione fiscale e accentua gli effetti sui prezzi del caro petrolio. Si basa, del resto, su previsioni di crescita del prodotto nel 2008 ormai largamente superate dagli eventi. Strano che in Parlamento non sia stato chiesto di aggiornare il cosiddetto «tendenziale», lo scenario a politiche invariate. Come previsto dal DPEF (Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2009-2013) la pressione fiscale addirittura aumenterà dal 43 al 43.2 per cento. Gli italiani, la cui fiducia è ai minimi, hanno così appreso in questi giorni che non solo non ci sarà la riduzione della pressione fiscale al di sotto della soglia del 40 per cento che era stata promessa in campagna elettorale, ma che addirittura le tasse aumenteranno in questa legislatura. Vero che le nuove imposte introdotte nel 2008 sono nominalmente a carico di banche e aziende energetiche, ma colpiranno soprattutto i consumatori in termini di aumenti dei prezzi della benzina, della bolletta elettrica e dei servizi bancari. Questo non aiuterà certo il contenimento dell’ inflazione. C’ è poi un’ altra tassa che l’ erario sta incassando soprattutto quest’ anno, con un’ inflazione così elevata: si tratta del cosiddetto fiscal drag, che i cittadini pagano quando il loro reddito reale non cambia ma addirittura diminuisce mentre il loro reddito nominale, gonfiato dall’ inflazione, fa scattare una aliquota Irpef più alta. Con un’ inflazione al 4 per cento, la tassa da inflazione potrebbe ammontare a non meno di 4 miliardi di Euro. Il fiscal drag e i proventi dalla lotta all’ evasione condotta nella passata legislatura potevano essere restituiti alle famiglie come da tempo promesso agli italiani. Come? Nel modo più semplice, aumentando le detrazioni fiscali sui redditi da lavoro. Servono a coprire i costi per la produzione di reddito, che sono aumentati col caro trasporto. Aumentando i salari netti proporzionalmente di più per chi ha redditi più bassi, crescerebbero sia i consumi – che sono addirittura diminuiti in termini reali nell’ ultimo anno – che l’ offerta di lavoro. Sarebbe anche ossigeno per la difficile partita in corso sulla riforma della contrattazione, un passaggio così importante per il nostro Paese e servirebbe a scongiurare il rischio di una spirale prezzi-salari allontanando anche in questo modo la stagflazione. Invece ci saranno più tasse e tante nuove promesse, come quella sul piano edilizia popolare. Questo prevede l’ alienazione di immobili pubblici per costruirne di nuovi. Come ci insegna l’ esperienza recente, ci vogliono tempi lunghi per queste operazioni se non si vuole svendere il patrimonio pubblico. Inoltre si tratta di materie di competenza delle Regioni, e una promessa fatta “in conto terzi”. Credevamo che il federalismo significasse che ognuno si deve prendere le sue responsabilità.