di Federico Fubini su Corriere della Sera 18 febbraio 2009
Ocse, Francia, Canada, Spagna vogliono cambiare: «Non funziona come bussola della salute di un sistema»
A scelta, è il momento migliore per riformare le liturgie dell’economia oppure il più sbagliato. Negli ultimi giorni, politici, élite degli esperti e normali cittadini hanno assistito all’autodemolizione di un feticcio contemporaneo: il Pil. La sua cifra fino a ieri era considerata il riassunto della salute di un intero Paese. Ma agli ultimi dati, il Prodotto interno lordo sta crollando come se quelle che vengono definite «potenze economiche» fossero diventate di colpo altrettante Repubbliche popolari cinesi al contrario.
In ritmo annuale, il Pil tedesco va giù di oltre l’8%, quello dell’Italia del 7%, l’Europa crolla quasi del 6%, gli Stati Uniti del 4% circa e persino la Cina non è più quel che era: secondo il consigliere economico della Casa Bianca Larry Summers, il Pil sta scendendo anche lì. Con una piroetta, la si definisce in questi casi «crescita negativa ».
C’è dunque anche qualcosa della favola della volpe e l’uva nella corsa dei governi, da Parigi a Ottawa, da Dublino a Canberra, a dichiarare proprio ora la morte del Pil, cioè l’inadeguatezza del termometro dell’economia. Visto che la febbre non cala, l’istinto della rimozione aiuta.
Eppure il Pil come bussola della salute di un sistema per vari aspetti si è dimostrato imperfetto. Esso stima la «crescita» tramite le vendite nette di beni e servizi, istruzione e fatturato della sanità incluso, ma qualcosa non torna. E non solo perché quel dato non coglie l’aumento delle differenze fra i più ricchi e i più poveri. C’è un paradosso che va anche oltre: in una recente audizione al Congresso Usa, lo scrittore Jonathan Rowe ha così definito il suo «eroe del Pil»: è un malato terminale di cancro impegnato in una costosa causa di divorzio. Un uomo così, con il fatturato che porta a ospedali e studi legali, contribuisce all’economia più di un marito felice e in perfetta salute. L’elenco dell’assurdo in realtà sarebbe anche più lungo. In base ai criteri attuali, fa meglio alla crescita consumare carburante fermi in un ingorgo, magari ammalando di asma da smog i bambini del quartiere, che prendere la metropolitana. Contribuisce maggiormente affidare i propri genitori a un istituto per anziani, che occuparsi personalmente di loro. E avvicina più la ripresa costruire un grande carcere che una piccola scuola dove non ce n’è neanche una. Riempire di cibo-spazzatura la bocca del proprio figlio, anziché parlare con lui, rilancia poi molto meglio l’economia nel prossimo trimestre. L’America, il Paese dal Pil più vasto e dinamico del dopoguerra, presenta dati fra i peggiori nell’Ocse (ultima dopo Messico e Turchia) quanto a patologie infantili da obesità, oltre a costi sanitari doppi rispetto all’Europa: anche questo è Pil.
Proprio il Congresso di Washington, nell’attesa che Barack Obama si impegni su questo fronte, riflette su come vada misurata davvero un’economia e da quali statistiche una società debba trarre autostima o segnali d’allarme. Lo stesso fanno i governi in Francia, Irlanda, Australia, Spagna, Canada e da ancora più tempo l’Ocse, il club delle prime trenta democrazie capitaliste. In Italia il ministro Giulio Tremonti sostiene che il Pil non fotografa adeguatamente certi punti di forza dell’economia nazionale, dal ruolo del volontariato al risparmio delle famiglie. Senza un quindicennio alle spalle di crescita bassa e diseguaglianze sociali in aumento l’argomento sarebbe ancora più robusto, eppure l’Italia non è sola.
Persino il nuovo sovrano del Bhutan, re Khesar, ha lanciato un sondaggio per mettere a punto una nuova misura: la «felicità interna lorda». Un centro di ricerca del regno himalayano sta così raccogliendo questionari su una gran quantità di variabili: incidenza del benessere psicologico, gelosia, frustrazione, disponibilità di tempo libero, salute, educazione, i modelli culturali e la loro tenuta nelle generazioni, qualità della vita comunitaria e in famiglia, tutela e conoscenza dell’ambiente.
C’è molta autarchia buddista in tutto questo, ma re Khesar ha trovato un alleato in Nicolas Sarkozy. Prima ancora della recessione, il presidente francese ha iniziato a prendere sul serio il crescente malumore nell’opinione pubblica verso i dati ufficiali di crescita e inflazione. Nel suo stile, Sarkozy ha creato una nuova «Commissione sulla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale» che farà rapporto in aprile. Ci lavorano vari premi Nobel dell’Economia, da Joseph Stiglitz (che la presiede) a Amartya Sen, a Daniel Kahneman. L’italiano Enrico Giovannini, capo- statistico dell’Ocse e da anni animatore degli studi su questi temi, guida il gruppo sulla valutazione dei dati attuali di crescita. Un secondo gruppo lavora sul «Pil verde» e la sostenibilità ambientale, un terzo guidato da Alan Krueger di Princeton su come si misuri la qualità della vita.
La commissione, coordinata da Jean-Paul Fitoussi a fianco di Stiglitz, mostrerà che i paradossi non mancano e cercherà di trarne indicazioni. La crescita cinese fa meno impressione se si tiene conto della devastazione dell’ambiente e delle falde, con il 60% delle città ormai spesso senz’acqua. L’estrazione del petrolio consuma risorse della terra, eppure viene stimata come aumento netto del Pil. E la sanità americana contribuisce all’economia meno di quella francese o italiana, non il doppio come oggi, se la si valuta sui risultati (quanti cittadini sono in salute) e non sul fatturato (quanto costa). Giovannini però non critica il Pil, che resta un indicatore valido del dinamismo di un sistema. Non invita a rimuoverne i responsi se sconvenienti. Si limita ad avvertire che prenderlo per metro del benessere può confondere le idee: «L’eccesso di attenzione a questo dato ci ha fatto perdere di vista alcune fragilità — dice — dando troppa attenzione ai risultati immediati». Così, per esempio, i grandi numeri della crescita americana degli anni scorsi hanno distratto molti dal debito in aumento e dal reddito in calo dei ceti medi.
Ma è una tradizione antica: nell’America di fine anni 40, una volta scese le spese militari, comprare beni di consumo era considerato «eroico» e, come atto di patriottismo, anche George W. Bush invitò tutti a fare shopping dopo l’11 settembre malgrado i debiti. Lo stesso dibattito sul piano Obama di oggi si occupa più di quanto «stimolo» dare al Pil, che esattamente per fare cosa e con quali conseguenze. Jonathan Rowe sostiene invece che «il futuro conta » e ogni attività che crea reddito subito «dovrebbe essere pesata contro gli oneri che impone ai nostri figli e nipoti». Rowe propone anche di stimare meglio (e meno) l’impatto di alcune voci di fatturato: quelle in beni che danneggiano l’ambiente, quelle incomprimibili come le cartuccie nuove da stampanti «fatte apposta perché sia impossibile riempirle di nuovo dopo il primo uso». Soprattutto, sia Rowe che la commissione Stiglitz puntano ormai a misurare più i risultati che la spesa: un’auto è efficace se produce trasporto e non si limita a consumare benzina in un ingorgo.
Forse le mentalità stanno cambiando perché equiparare il Pil al progresso, derivava dalla certezza che chi spendeva sapesse perché lo faceva: è la teoria della razionalità dei mercati, che tendono sempre all’equilibrio. Ma da quando Lehman è crollata e tutti «cresciamo negativi», come fossimo una Cina capovolta, anche il re del Bhutan va abbastanza di moda.

di GUIDO ROSSI su Repubblica — 03 marzo 2009

Anticipiamo parte del testo di Guido Rossi pubblicato accanto a una lezione di John Maynard Keynes del ‘ 28: ambedue intitolati “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50) in questi giorni in libreria AKeynes si deve sempre tornare – se non alle sue profezie, alle sue terapie. In particolare, la crisi dei subprime mortgages, che ha dato l’ avvio a un crollo del sistema finanziario di cui è oggi impossibile definire le esatte dimensioni, o le probabili ripercussioni, fa tornare d’ attualità una questione molto importante nel pensiero keynesiano, e cioè la domanda se sia giusto o legittimo pagare un interesse sul denaro preso a prestito. Già nelle ultime pagine della Teoria generale Keynes aveva previsto la possibilità che il venir meno della scarsità del capitale riducesse i tassi di interesse, provocando «l’ eutanasia del rentier». E’ un dilemma antico (…) e generalmente ignorato, ma che oggi, improvvisamente, appare irrisolto: oggi, improvvisamente, spostare il centro dell’ economia dal capitale al lavoro non sembra più utopico, e nemmeno impossibile. La ricchezza delle nazioni, appare evidente, non si costruisce sul denaro, sugli interessi di mercato o sull’ ingegneria azionaria (…): si misura sulla capacità dell’ uomo di apprendere, e di applicare le sue conoscenze ai procedimenti di produzioni e di consumo. Di conseguenza il prodotto del denaro, cioè l’ interesse, dovrebbe essere commisurato alla produttività del lavoro, anziché a un mercato retto dall’ azzardo, e dall’ azzardo oggi distrutto. Fino a pochissimo tempo fa, il feticcio della liquidità come unica fonte di ricchezza avrebbe sbarrato la strada a qualsiasi discorso di questo genere, ma oggi si comincia a capire cosa succederà domani, quando qualcuno (o più di qualcuno) pretenderà di incassare strumenti finanziari come i credit default swaps – per chi non li conoscesse, si tratta di titoli che costituiscono vere e proprie «scommesse» senza regole né rete sull’ inadempienza di enti pubblici e privati nel rimborso dei propri debiti – mettendo a rischio un giro di affari virtuale, ma che ammonta a più di 62 trilioni di dollari (…). «Il decadente capitalismo internazionale, eppure individualistico, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso – e non fornisce nessun bene». Keynes lo scriveva nel 1933 su The New Statesman and The Nation dell’ 8-15 luglio. E stavolta aveva ragione. (…) Prima o poi, il fenomeno che ci siamo abituati, in mancanza di meglio, a chiamare globalizzazione richiederà una gestione, un controllo altrettanto globali. (…) Questo postula una sorta di Commonwealth che non sembra alle viste, ma che se venisse istituito in una forma qualsiasi non potrebbe (non potrà) non affrontare precisamente quei problemi (la disoccupazione, lo squilibrio fra Nord e Sud del mondo, l’ ambiente) che oggi vengono con sconcertante regolarità accantonati in nome di una superiore ragione economica (…). E un cambiamento di agenda di queste proporzioni porrebbe il problema (che in effetti comincia a porsi) di rivoluzioni solo in apparenza impensabili,a cominciare dall’ avvento di una valuta globale. Non sarebbe in fondo nulla di così diverso dai certificati aurei internazionali che Keynes, durante la tempesta degli anni Trenta, proponeva di emetteree distribuire simultaneamente a tutti i Paesi, a condizioni diverse per ciascuno, con lo scopo di rivitalizzare il potere d’ acquisto, consentendo il pagamento dei debiti e la ripresa del commercio internazionale. Se dovesse realizzarsi, questo fronte comune fra Occidente e Oriente contro diseguaglianze e conflitti creerebbe le condizioni per qualcosa di molto, molto simile alla fine dell’ economia classica (e, oggi possiamo dirlo, anche moderna, e postmoderna) invocata da Keynes. Da dove può cominciare, una rivoluzione di queste proporzioni? Senza andare troppo lontano, proprio dalle linee d’ intervento proposte da Keynes a Bretton Woods (quella vera, del 1944), che gettavano le basi sia di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria mondiale sia di una politica monetaria internazionale tesa a scongiurare tanto i «credit booms», quanto gli «asset bubbles», cioè l’ espansione incontrollata del credito, e più in generale le bolle speculative sui beni, immobiliari, energetici o alimentari che fossero. La fenice dello sviluppo economico contemporaneo sta bruciando su un rogo che si è accesa da sola. Ciò che nascerà dalle sue ceneri dovrà essere molto diverso dal capitalismo come lo abbiamo fin qui conosciuto (…). Che cosa sarà non è ancora chiaro, ma nel pensarlo possiamo in un certo senso permetterci più utopia di quanta se ne sia concessa Keynes. Dopotutto il suo mondo era più piccolo del nostro, e l’ unico risultato che i suoi nipoti – cioè noi – hanno ottenuto è di renderlo più grande e più instabile. Ma anche meno limitato, più aperto. Questa apertura sembra oggi l’ unica possibilità economica che i nostri nipoti, essendone capaci, avranno modo di sfruttare.

Le famiglie senza aiuti

March 3, 2009

TITO BOERI su Repubblica 07 febbraio 2009
Nelle ultime tre settimane i grandi quotidiani, soprattutto quelli con partecipazioni rilevanti della Fiat, ci hanno bombardato di articoli sugli aiuti statali all’ industria dell’ auto. La Stampa ha dedicato nove titoli agli auto-aiuti, otto il Sole24ore, sei il Corriere della Sera e cinque la Repubblica.Un totale di 28 titoli contro solo 5 destinati agli ammortizzatori sociali, anch’ essi nell’ agenda del Consiglio dei Ministri di ieri e di ripetuti incontri dell’ esecutivo con le Regioni, di fronte all’ aggravarsi della crisi occupazionale. Puntuali, ieri, gli incentivi all’ auto sono arrivati assieme alla certificazione del fatto che la riforma degli ammortizzatori sociali non ci sarà. Questione di priorità. Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi si era vantato di avere salvato l’ economia mondiale con piani poi ripresi da tutti (stranamente senza mai citarlo), si è ieri affrettato a precisare che questo pacchetto darà un forte impulso al prodotto interno lordo, riducendone la caduta di almeno un punto percentuale. Come dire che un pacchetto di due miliardi di euro fa crescere il Pil di più di 15 miliardi! è un’ elasticità del Pil alla spesa pubblica del tutto inverosimile. Il Centro Studi Promotor, emanazione della società che gestisce il Lingotto e il Motor Show di Bologna, sostiene che le misure si autofinanziano. Ma ignora il fatto che ogni acquisto indotto dalla rottamazione andrà a scapito di consumi futuri e ridurrà l’ acquisto di altri beni durevoli. Come mostrato su www.lavoce.info, pur prendendo buona la stima di Promotor di 300.000 nuove autovetture da 15 milioni vendute, non più di un sesto del sussidio potrebbe realisticamente essere finanziato dalle entrate Iva originate da queste vendite. Caleranno, infatti, le entrate per i minori consumi di altri beni, forse ancora più ecologici di quelli che si dice di voler sostenere. E’ da più di dieci anni che lo Stato concede aiuti all’ industria dell’ auto. Nel 1997 si chiamavano “incentivi alla rottamazione”, dal 1998 al 2002 “contributi statali per l’ acquisto di un’ auto nuova”. Col nuovo millennio si è passati agli “eco-incentivi” e, infine, agli “euro incentivi” del 2006-8. Gli aiuti di ieri passeranno probabilmente alle cronache come bonus per i consumi durevoli, dato che riguardano in minima parte anche mobili ed elettrodomestici (ma ci sono tanti altri beni durevoli più ecologici, a partire dalle biciclette). Questi aiuti di stato sono stati concessi così a lungo senza condizionarli ad alcuna ristrutturazione, mentre dovrebbero essere forniti solo come misure temporanee subordinate a impegni verificabili da parte di chi li riceve a rendersi autosufficiente. Gli aiuti per sempre e incondizionati generano mostri come Alitalia. Durante una crisi globale, generalizzata a tutti i comparti, come quella che stiamo vivendo, gli aiuti all’ auto sottraggono risorse a famiglie e ad altre imprese, ugualmente in cerca di aiuto. Dare un euro a un settore significa togliere un euro a un altro settore. Le recessioni sono anche un’ occasione per cambiare specializzazione produttiva, puntando su nuove iniziative imprenditoriali. Per questi motivi bisognerebbe procedere con interventi orizzontali, accessibili anche da chi ha idee nuove e vuole sfruttare la recessione per metterle in pratica. Le scelte di ieri del governo sono, invece, tutte a favore dello status quo. Gli aiuti hanno un nome e cognome come molte leggi dello Stato in questa legislatura. Qualche settimana fa si era scritto della Gheddafi tax definita in modo tale da escludere tutti tranne l’ Eni. Oggi abbiamo invece incentivi fiscali targati Fiat multipla bipower. Ed è la Fiat che ha investito di più nelle auto a metano, definita “tecnologia di particolare interesse” dal prospetto governativo. Non a caso ieri i titoli dell’ azienda torinese sono cresciuti del 6 per cento, dopo avere conosciuto incrementi a due cifre nei giorni precedenti, nell’ attesa dei provvedimenti. Nella nota di aggiornamento al programma di stabilità che il Ministro Tremonti ha ieri presentato al Governo e che verrà nei prossimi giorni notificata a Bruxelles c’ è scritto chiaramente che quella di ieri sarà l’ ultima misura anticrisi varata dal Governo. Basta guardare le previsioni sul disavanzo 2009: -3,7 per cento a fronte di una stimata riduzione del prodotto interno lordo del 2 per cento. Ogni punto di Pil in meno significa almeno mezzo punto di disavanzo in più. Oggi il deficit è al 2,8 per cento, quindi secondo il Governo salirà quest’ anno meno di un punto. Questo significa che il deficit programmato per il 2009 sconta solo la recessione, mentre esclude la riforma degli ammortizzatori sociali o altre misure che, ad esempio, sblocchino il credito alle imprese, anche a quelle che non hanno santi in paradiso. Il nostro premier apparentemente è stato così impegnato nel “vendere” agli altri paesi i suoi piani da dimenticarsi che gli interventi sul credito in Italia sono in ancora in attesa dei decreti attuativi. –