LUCIANO GALLINO Repubblica — 09 aprile 2009

Per quanto la rete delle cause e concause sia complessa, i fallimenti dell’ economia mondo sono riconducibili principalmente a due sviluppi correlati. Il primo in ordine di tempo è stata la completa de-regolazione dei movimenti di capitale, dei mercati finanziari e dell’ ambito di attività delle banche che è partita dagli Stati Uniti nel 1974 per essere poi adottata anche da tutti paesi europei negli anni Ottanta. La de-regolazione dei movimenti di capitale ha consentito alle istituzioni finanziarie ogni sorta di sregolatezza, poiché gran parte delle loro attività diventa invisibile alle autorità di sorveglianza, vuoi per la complessità dei prodotti che le prime inventano, vuoi perché grosse quote di questi ultimi circolano fuori bilancio, essendo considerati contratti privati, tipo i derivati scambiati «al banco» senza alcun intermediario. La crisi finanziaria esplosa tra l’ estate e l’ autunno 2008, con il dissesto di dozzine di istituzioni di calibro mondiale e del sistema finanziario alternativo che avevano costruito, con ricadute drammatiche su famiglie e collettività, ha mostrato a quali gravissimi pericoli la de-regolazione espone l’ economia mondiale. Tuttavia anche prima degli anni Settanta essa ha conosciuto altri periodi di grande fortuna. Si sono verificati nel corso dell’ Ottocento, nel primo decennio del Novecento,e poi negli anni Venti di questo. Non sono pochi gli storici che vedono in tali cicli di sregolatezza della finanza un elemento di peso fra i tanti che hanno spinto il mondo prima verso la prima guerra mondiale, successivamente verso la crisi del 1929, infine verso la seconda guerra mondiale. Il ciclo attuale della finanza de-regolata, che pure ha molti tratti in comune con i precedenti, se ne distingue tuttavia per un tratto specifico. Una massa enorme di risparmio, equivalente all’ incirca al Pil del mondo – ecco il secondo sviluppo viene al presente gestita senza alcun controllo di merito né alcuna valutazione di responsabilità nei confronti di qualunque soggetto che non sia compreso tra i loro sottoscrittori, e talora nemmeno nei confronti di questi, da enti finanziari quali fondi pensione, fondi di investimento e compagnie di assicurazione, più vari tipi di fondi speculativi. Enti accanto ai quali e dietro a molti dei quali (nel senso che loro stesse li hanno istituiti) operano le banche dei maggiori paesi. Sono enti che di mestiere investono quotidianamente denaro di proprietà altrui, detti investitori istituzionali per distinguerli da altri tipi di investitori che così non fanno, quali singole persone, imprese o enti pubblici. (…) In grandissima parte i capitali nel portafoglio degli investitori istituzionali sono formati e alimentati giorno per giorno dal risparmio di centinaia di milioni di lavoratori dipendenti del settore privato come del settore pubblico di tutto il mondo, nonché di molti autonomi. Dai gestori dei loro risparmi i sottoscrittori dei vari tipi di fondi o di assicurazione si attendono, giustamente, che il valore della loro futura pensione come minimo non diminuisca in termini reali, e possibilmente aumenti; che i risparmi investiti rendano un po’ più dell’ interesse bancario; che la polizza vita, quando sarà riscossa alla scadenza da loro stessi o dagli eredi, abbia in totale reso più di quanto sarebbe accaduto lasciando lo stesso capitale su un conto di deposito. In modo del tutto legittimo e razionale, i gestori dei risparmi così accumulatisi rispondono alle suddette attese spostando dinamicamente gli attivi a loro disposizione verso quegli impieghi che massimizzano il rendimento del capitale derivante sia da dividendi (o cedole obbligazionarie) che da plusvalenze dei titoli. Sebbene non disdegnino l’ acquisto di obbligazioni statali, per la maggior partei gestori effettuano investimenti mediante l’ acquisto di azioni e obbligazioni di imprese. Percorrendo con determinazione codesta strada gli investitori istituzionali (banche incluse) sono diventati proprietari di maggioranza dell’ industria e dei produttori di servizi delle prime economie del mondo. Più della metà del capitale azionario delle prime cento imprese per valore borsistico in Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti sta nel portafoglio di investitori istituzionali. L’ effetto perverso deriva dal fatto che nel tutelare gli interessi dei risparmiatori gli investitori istituzionali sono del tutto indifferenti alla natura e alle conseguenze degli investimenti che effettuano con i soldi degli altri. L’ unico criterio che li guida è la massimizzazione del rendimento del capitale investito – preferibilmente a breve termine. In senso stretto, essi operano come soggetti economici irresponsabili – tolto il numero limitato degli enti che si propongono ed effettivamente operano come investitori socialmente responsabili. (…) I gestori si ritengono responsabili soltanto nei confronti dei risparmiatori che hanno acquistato quote del loro fondo, e agiscono a loro vantaggio senza curarsi delle conseguenze a carico di altri soggetti. Senza tuttavia trascurare di beneficiare se stessi, tanto che i compensi totali degli alti dirigenti degli investitori istituzionali sono ormai prossimi a quelli delle grandi imprese. Agiscono sotto ogni profilo come fossero dei proprietari, pur non essendolo da un punto di vista formale: sono dei capitalisti per procura.

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