di Paul Krugman – La Repubblica 17/06/08

I più entusiasti sostenitori di Barack Obama dicono che portare il candidato democratico alla Casa Bianca significherebbe trasformare l’ America. Con tutto il dovuto rispetto per Obama, è un ragionamento sbagliato. Obama è un oratore straordinario, che ha condotto una campagna brillante, ma se vincerà a novembre sarà perché il Paese si è già trasformato. La nomination di Obama 20 anni fa non sarebbe stata possibile. È possibile oggi perché le divisioni razziali, che da più di quarant’ anni spingono verso destra la politica americana, hanno perso molto del loro mordente. E la derazzializzazione della politica Usa ha implicazioni che vanno molto più in là della possibilità che gli americani stiano per eleggere un presidente afroamericano. Senza le divisioni razziali, il messaggio della destra – che da molto tempo domina la scena politica – perde gran parte della sua efficacia. Prendiamo ad esempio il vecchio cavallo di battaglia della destra, la lotta contro lo Stato interventista. La scorsa settimana, il portavoce economico di John McCain sosteneva che Barack Obama è il vero erede del presidente Bush nel campo della politica di bilancio, perché è un «adepto della recente tradizione bushiana di spendere soldi per qualsiasi cosa». Ora, la verità è che i grandi impulsi scialacquatori dell’ amministrazione Bush si sono limitati in gran parte agli appalti militari. Ma per andare dritti al punto, lo staff elettorale di McCain si illude se pensa che un argomento del genere possa toccare corde sensibili nell’ opinione pubblica. Gli americani, infatti, non hanno mai considerato negativamente lo stato interventista in generale. Anzi, adorano la previdenza sociale e il Medicare (il programma pubblico che garantisce l’ assistenza sanitaria agli anziani, ndt) e sostengono in larga maggioranza il Medicaid (il programma pubblico che garantisce l’ assistenza sanitaria agli indigenti, ndt), il che significa che i tre grandi programmi che recitano la parte del leone nella spesa interna godono di uno schiacciante consenso da parte dell’ opinione pubblica. Se Ronald Reagan e altri esponenti politici sono riusciti, per un certo periodo di tempo, a convincere gli elettori che la spesa pubblica era una brutta cosa, lo hanno fatto dando a intendere che i burocrati si prendevano i soldi guadagnati dai lavoratori col sudore della fronte per darli a voi-sapete-bene-chi: i “giovanotti grandi e grossi” che usano i buoni pasto dell’ assistenza sociale per comprarsi le bistecche, la “regina del welfare” alla guida della sua Cadillac (la welfare queen era una donna di colore accusata di frode all’ assistenza pubblica, protagonista di una serie di spot che contribuirono ad assicurare la vittoria a Ronald Reagan nelle presidenziali del 1980, ndt). Togliete l’ elemento razziale e gli americani non avranno nulla da obbiettare sulla spesa pubblica. Ma perché le divisioni razziali hanno perso così tanto di importanza nella politica americana? Parte del merito è sicuramente da attribuire a Bill Clinton, che ha messo fine al welfare così come lo conoscevamo. Non sto dicendo che chiudere il programma di assistenza per le famiglie con figli a carico (Afdc) sia stato qualcosa di indiscutibilmente positivo: ha creato grandi sofferenze. Ma i bums on welfare, i fannulloni a carico dell’ assistenza pubblica, recitavano nel dibattito politico un ruolo largamente sproporzionato rispetto ai costi effettivi dell’ Afdc, e la riforma del welfare ha permesso di togliere di mezzo quella questione. Un altro fattore molto importante è stata la diminuzione della violenza urbana. Come documenta lo storico Rick Perlstein nel suo nuovo, straordinario libro, Nixonland, la radicale svolta a destra dell’ America cominciò in realtà nel 1966, quando i Democratici subirono una severa sconfitta al Congresso e Ronald Reagan fu eletto governatore della California. La causa di questa svolta a destra, come illustra Perlstein, fu la paura dei disordini urbani da parte della popolazione, e la paura, ad essa associata, che le leggi per rendere più egualitarie le politiche abitative avrebbero permesso a pericolosi individui di colore di trasferirsi nei quartieri bianchi. Law and order diventò lo slogan di politici di destra, Richard Nixon in testa a tutti, che cavalcarono quella paura per arrivare alla Casa Bianca. Ma durante gli anni di Clinton, per ragioni che nessuno è riuscito a comprendere pienamente, l’ ondata di violenza urbana ha fatto marcia indietro, e con essa la capacità dei politici di sfruttare le paure degli americani. È vero che l’ 11 settembre ha ridato slancio al fattore paura: Karl Rove che accusava la sinistra di compiacenza con il terrorismo suonava proprio come Spiro Agnew che accusava la sinistra di compiacenza con i criminali. Ma la credibilità del Partito repubblicano come difensore dell’ America si è dissolta nelle sabbie irachene. Lasciatemi aggiungere un’ altra ipotesi: anche se tutti si fanno beffe del politicamente corretto, io sono del parere che decenni di pressioni sui personaggi pubblici e sui media abbiano contribuito a estromettere dal dibattito politico il razzismo esplicito o marcatamente implicito. Sono convinto per esempio che oggi un politico non la farebbe franca se facesse trasmettere il tristemente noto spot elettorale di Willie Horton del 1988 (all’ epoca Bush padre vinse le elezioni anche grazie a questo spot su un ergastolano in permesso premio resosi responsabile di rapina e stupro, ndt). Sfortunatamente, la campagna contro la misoginia non ha ottenuto lo stesso successo. Tra l’ altro, fu durante il momento d’ oro della generazione del baby boom che il razzismo nudo e crudo diventò inaccettabile. Obama, che ha usato parole sprezzanti nei confronti dello “psicodramma” dei baby boomers, forse dovrebbe riconoscere qualche merito in più alla generazione che realizzò questo cambiamento, combatté per i diritti civili e protesto contro la guerra del Vietnam. Comunque, niente di tutto questo garantisce una vittoria di Obama a novembre. Le divisioni razziali hanno perso molto del loro mordente, ma non tutto: potete star certi che ne sentiremo ancora molte sul reverendo Jeremiah Wright e tutto il resto. Senza contare che, nonostante il cordiale ed eloquente discorso con cui Hillary Clinton ha riconosciuto la vittoria di Obama, alcuni dei suoi sostenitori potrebbero comunque rifiutarsi di sostenere il candidato democratico. Ma se Obama vincerà, questa vittoria sarà il simbolo del grande cambiamento che è già avvenuto in America. La polarizzazione razziale era una forza dominante nella nostra politica, ma ora siamo un Paese diverso, e migliore. (Traduzione di Fabio Galimberti)

da The Economist , 12/06/2008

IN HIS first speech to Italy’s new parliament, Silvio Berlusconi declared that he and his colleagues were “breathing in deep this new air”. The prime minister was not talking of his big majority, but of the constructive engagement of the opposition leader, Walter Veltroni.

The legislature that emerged from the election in April has a tidier, British look. On the right is Mr Berlusconi’s People of Freedom alliance, linked to the Northern League and a smaller Sicilian party. On the left is Mr Veltroni’s Democratic Party (PD), yoked to a small anti-corruption party. In place of Britain’s Liberal Democrats stands the Catholic Union of Christian and Centre Democrats. Mr Veltroni even has a Westminster-style “shadow cabinet”.

Then there is Alitalia. Mr Berlusconi promised to find an all-Italian consortium to save the airline. More than two months later—and €300m ($465m) poorer after a state loan to Alitalia—the country is still waiting. Yet this has scarcely been mentioned by the PD. The party has been just as restrained in attacking the government’s harsh measures to deal with immigration and security, which have raised eyebrows in Brussels (and in the Vatican). Nor has it fussed about Mr Berlusconi’s plan to ban most police phone-taps.

What is going on? Mr Veltroni says he is keen on “dialogue”. The advantages for Mr Berlusconi are clear: he can slough off his partisan image and re-emerge as a consensus man, perhaps a candidate for the presidency. But the benefits for the left are less evident. Even before the election, Mr Veltroni said he wanted to co-operate with Mr Berlusconi on electoral and constitutional reforms to make Italy easier to govern. A noble aim, except that it has been tried before, with disastrous consequences.

In the 1990s, at the insistence of Massimo D’Alema, leader of the biggest left-wing party, the centre-left government held off passing laws to break Mr Berlusconi’s virtual monopoly on private television. Mr D’Alema hoped to win Mr Berlusconi’s support for political reform. But Mr Berlusconi then torpedoed the project—and returned to power in 2001 with his media empire intact.

Yet appeasement has a strong appeal to Mr Veltroni, who is in a vulnerable position. One reason why the centre-left government of Romano Prodi began to flounder was that the PD’s leader sought to distance himself from it after being chosen last autumn. His election strategy largely failed: he rejected an alliance with parties to the left, insisting that the PD must run alone. And his choice of candidate for mayor of Rome proved woefully wrong. Francesco Rutelli, who had already run the city twice, managed to reduce the centre-left’s vote from 62% to 46%.

Dialogue, with its promised role in building a new Italy, precludes the tortured post-mortem that a defeated party might otherwise hold. Yet that may be what the left needs. Rooted in a discredited creed, Eurocommunism, and a discredited movement, Christian democracy, its main leaders—Mr Veltroni, Mr Rutelli and Mr D’Alema—have been rejected by voters, outwitted by Mr Berlusconi or both. The risk is that Italy may get not a shadow government, but a phantom opposition.